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giovedì 20 giugno 2013

Confederation Cup: Tahiti...vittima sacrificale o sorpresa?


Quando tale capitano di ventura Samuel Wallis nel 1767 fu il primo europeo ad avvistare le Isole del Vento nessuno, probabilmente per primi gli stessi abitanti di questa perla dell’ Oceano Pacifico, si sarebbe aspettato di vedere, circa due secoli e mezzo dopo, la nazionale di calcio tahitiana alla ribalta internazionale in un palcoscenico prestigioso come quello della Confederation Cup, la manifestazione che si tiene l’ anno prima della Fifa Word Cup nel paese che ospiterà la manifestazione e che racchiude la creme de la creme del gotha del calcio (i campioni dei 6 continenti più i detentori della coppa del mondo e il paese ospitante).

Tahiti, stato dove gli sport nazionali sono il rugby a 15, la gara delle canoe (la Hawaiki Nui Va’a, gara di 3 giorni tra Huaine e Bora Bora, ha un seguito incredibile), il surf e dove il calcio è surclassato addirittura dalla gara del trasporto di frutta,  arriva alla Confederation come la vincitrice della Coppa delle Nazioni Oceaniche. Una vittoria inaspettata e incredibile, 1 a 0 nella finale contro la Nuova Caledonia (che aveva eliminato a sorpresa la favoritissima Nuova Zelanda) con gol decisivo di tale Steevy Chong Hue, che spedisce i bianco rossi nella storia del calcio moderno come la più piccola nazione sia come territorio che come popolazione (gli abitanti sono circa 140 mila) a vincere un torneo di una Confederazione ufficiale.

Il ct Eddy Etaeta dovrà pregare chissà quale santi per riuscire in un impresa quasi disperata (il 7 a 0 subito in una recente amichevole con l’ Under 20 del Cile ne è la prova), cioè quella di evitare meno figuracce possibili davanti agli occhi del mondo intero. Per questo tutto è nelle mani, o meglio nei piedi, dei 23 convocati per la spedizione. La famiglia Tehau sicuramente la fa da padrona all’ interno della nazionale anche perché sono ben 4 i consanguinei che fanno parte della compagine del Pacifico (3 fratelli e un cugino) e sono, in rigoroso ordine alfabetico: Alvin, Jonathan, Lorenzo e Teaonui. Insieme ai quattro moschettieri gli unici altri giocatori di un certo spessore, se si può usare questo termine, sono il già citato Steevy Chong Hue che milita nel Fc Bleid – Gaume (formazione belga che è appena retrocessa dalla terza alla quarta divisione nazionale con il non invidiabile bottino di 3 vittorie 1 pareggio e 32 sconfitte in campionato!!!) e l’ esperto Marama Vahirua. Vahirua, un esperienza più che decennale nel campionato francese (Nantes, Nizza, Lorient, Nancy e Monaco) è l’ unico professionista del gruppo, ha disputato l’ ultima stagione con la formazione ellenica del Panthrakikos, ed è pure all’ esordio assoluto con la nazionale della sua terra di origine (in precedenza ha vestito la maglia dell’ Under 21 francese ma senza mai debuttare in quella maggiore).

Gli impegni contro la Nigeria, che tra l’ altro deve ancora sbarcare in Brasile dopo dissidi tra i giocatori e la federazione locale,  contro l’ Uruguay di Cavani e Suarez e contro i supercampioni della Spagna sono assai proibitivi (anche ricordando che l’ ultimo impegno in un torneo internazionale di Tahiti, i mondiali Under 20 in Egitto nel 2009, vide i giovani polinesiani terminare la manifestazione con la bellezza di 21 gol subito e 0 fatti) ma siamo sicuri che gli Etaeta-boys verranno rispettati e non umiliati.

Per una nazione che è ricordata solamente per le splendide spiaggie e per aver ospitato ed ispirato nelle sue opere più famose il pittore Paul Gauguin e per una nazionale che è al 138 posto della classifica Fifa (altro record battuto) già esserci è un autentico miracolo e siamo sicuri che , anche se in campo le gioie saranno minime, questa squadra entrerà nel cuore degli appassionati.

mercoledì 24 aprile 2013

Serie A 2012/13: la top undici dei flop e dei bidoni di quest’ anno

Terminata la parte dedicata ai flop dell' anno sportivo passiamo invece adesso a quella che è la formazione composta dai migliori bidoni di quest'anno. Con bidoni intendo dire coloro che grazie alle loro mirabolanti prestazioni spariranno nel dimenticatoio come un batter di ciglio.
La palma di peggior portiere dell' anno se l' aggiudica a mani basse (in tutti i sensi) tale Mauro Goicoechea. Voluto a tutti i costi dal boemo Zeman si conquista i galloni del titolare dopo qualche giornata e nonostante una sicurezza tutt'altro che disarmante rimane a difendere la porta della Roma per ben 14 partite prima che l' ennesima clamorosa papera costringa Zeman a rispolverare il povero Stekelenbourg.
Nella difesa a quattro trovano posto due giocatori del Bologna di Silvio Pioli. L' uruguagio Mathias Abero, 7 comparsate nel corso dell' anno, e il brasiliano Naldo. Arrivato sotto Le Due Torri dall' Udinese, via Granada, di lui si sono perse le tracce da quando si fece beffare in maniera incredibile da Mirko Vucinic. Un posto d' onore in questa formazione lo merita anche Bruno Uvini. Costato 3 milioni di euro al Napoli di De Laurentis, sia con i partenopei che con il Siena (al quale è approdato a gennaio) ha disputato la bellezza di 0 minuti di gioco.
Stesso discorso fatto per il brasiliano anche per l' uruguagio Alexis Rolin del Catania. Quasi 4 milioni per un difensore non sono bruscolini e le prestazioni fornite dal roccioso ex centrale del Nacional (solo 8 presenze chiuso dai vari Legrottaglie, Spolli e Bellusci) non possono salvarlo minimamente dalla critica.
Nel mio centrocampo a tre fantasia al potere: "O Mago" Maiocosouel, 5.3 milioni al Botafogo per assicurarselo da parte dell ' Udinese, è rimasto con la testa a quel maledetto cucchiaio nella famigerata lotteria dei rigori nei preliminari di Champions contro il Braga e non ha mai dimostrato il suo vero valore. Accanto a lui l' ex promessa del calcio ellenico Sotiris Ninis. Dopo alcuni anni di anonimato, complici numerosi problemi fisici, al Pana si pensava che potesse risorgere a nuova vita, agonistica si intende, ma a Parma non si ricorderanno per molto tempo le prestazioni del "Messi greco".  
Il terzo pseudo fenomeno che compone questo centrocampo è tale Alejandro Faurlin, una modesta carriera nella natia Argentina (Rosario, River, Atletico de Rafaela e Instituto de Cordoba) e qualche stagione positiva con la maglia del QPR prima del trasferimento nel Palermo del focoso Zamparini, due partite in mezzo al campo (da gennaio a questa parte) e di lui si sono perse le tracce…desaparecido.
Tridente delle meraviglie, si fa per dire, composto da James Troisi, esterno d’attacco di origini australiane che nell’ Atalanta di Colantuono (è arrivato via Juve nell’ affare Gabbiadini) è riuscito a collezionare ben 5 presenze in tutta la stagione. L’ aussie però è in bella compagnia, a completare questo trio ci mettiamo “El Gordo” Mauricio Ezequiel Sperduti, arrivato a Palermo in pompa magna dopo una lunga carriera nel Newell’s, non è mai nemmeno sceso in campo in gare ufficiali e…ciliegina sulla torta quel Milton Caraglio che al suo sbarco in Italia promise al Pescara mari e monti (anche perchè è proprio di origini abruzzesi e quindi orgoglioso di tornare nella lontana terra dei suoi avi) ed invece è riuscito nell’ impresa di perdersi all’ interno dell’ armata Brancaleone costruita dall’ esimo Delli Carri.
 
GOICOECHEA
ABERO  ROLIN  NALDO  UVINI
MAICOSUEL  FAURLIN  NINIS
TROISI  SPERDUTI  CARAGLIO
 
 

 

martedì 23 aprile 2013

Serie A 2012/13: la top undici dei flop e dei bidoni di quest’ anno


La stagione volge al termine ed, anche se i bilanci di fine anno non sono ancora stati definiti, è arrivato il tempo di delineare due ipotetici undici (compreso di panchinari) di coloro che ritengo, a mio modesto avviso, i flop ed i bidoni di questa lunga, bella ed entusiasmate stagione sportiva.

Nella flop 11 inseriamo in porta Federico Agliardi, diventato titolare a Bologna dopo l’ addio di Gillet e gli infortuni di Curci, sempre in discussione (tanto che a gennaio al Bologna sono stati accostati almeno una decina di portieri) e protagonista di errori banali che gli sono costati, vita natural durante, il posto.

Difesa a tre composta da Matias Silvestre, esploso a Catania, confermatosi ad alti livelli a Palermo (soprattutto per le sue doti da goleador) ma diventato improvvisamente lento, insicuro, pasticcione e confusionario sotto la Madonnina, degno compare di reparto l’ ex “cugino” Francesco Acerbi. Venduto a peso d’oro dall’ ottimo Sartori al Genoa, un passaggio degno di un infima comparsa di Hollywood in quel di Milanello per qualche mese e il ritorno, diciamo stentato, al Chievo per questi ultimi mesi. Ultimo ma non ultimo Rolando Jorge Pires de Fonseca, difensore capoverdiano accostato non più di un paio di stagioni fa ai più grandi club europei, sbarcato a Napoli in un giorno di gennaio 2013 direttamente dal Porto (club con il quale ha conquistato 11 trofei tra cui un Europa League) e probabilmente perdutosi tra le vie di Posillipo (quello sceso in campo tre volte in campionato e due in europa penso sia il fratello gemello scarso).

Centrocampo a quattro con i due esterni che arrivano direttamente dalla Pinetina. A destra, novello Felice Centofanti, come non inserire Ezequiel Matias Schelotto. Da quando è arrivato all’ Inter, non che nei primi mesi all’ Atalanta abbia fatto faville, ha collezionato una serie impressionante di prestazioni imbarazzanti (gol nel derby a parte).

A sinistra menzione d’ onore per quell’ Alvaro Daniel Pereira Barragan che, dopo essere costato quasi 11 milioni di euro alle casse di Moratti & C, non ha fatto rimpiangere i vari Brechet, Gresko e Georgatis. In mezzo al campo azzardiamo mettendo due centrocampisti con caratteristiche prettamente offensive ma con le polveri decisamente bagnate. Il primo è quel Marco Rigoni che, dopo essere esploso la stagione passata (esordio in serie A a 32 anni condito da 11 reti) con la maglia del Novara,  quest’ anno sembra ritornato quell’ eterna promessa mai definitivamente sbocciata (i paragoni con Del Piero negli anni addietro si erano sprecati) e, prima a Verona (sponda Chievo), poi a Genova non ha lasciato traccia palpabile del suo passaggio. Al suo fianco mettiamo quel Matias Ariel Fernandez che alla Fiorentina non è mai riuscito ad imporsi come invece hanno fatto i suoi ex compagni al Villareal Rodriguez e Borja Valero. “El Pelusa”, calciatore sudamericano nell’ anno 2006, complici numerosi infortuni e alcune prestazioni sottotono è finito infatti ai margini del progetto Della Valle.

Per comporre il tridente offensivo c’era solo l’ imbarazzo della scelta ma le mie “preferenze” sono cadute su Bojan Krkic, Maxi Lopez e Ciro Immobile. Bojan canterano blaugrana, dopo aver deluso l’ anno scorso a Roma si è ripetuto quest’anno anche con la maglia del Milan. Il riscatto, fissato a 15 milioni di euro, per uno che nelle gerarchie di mister Allegri è stato sorpassato dai vari Robinho, Niang e Pazzini sembra pura utopia.

Maxi Gaston Lopez, partito come il punto di riferimento dell’ attacco della Samp ed arrivato a Bogliasco come la ciliegina sulla torta per il ritorno blucerchiato in serie A non è mai riuscito ad imporsi. A causa di numerosi problemi fisici (solo 14 le presenze stagionali) e anche per l’ esplosione di Maurito Icardi (sono convinto che il suo sia solo un fuoco di paglia) gli spazi tra i titolari si sono chiusi e “el rubio” si è dovuto accontentare solo delle briciole.

 Dall’ altra parte del Tigullio invece è Ciro Immobile, ma non solo lui a dire la verità, ad aver reso molto meno rispetto a quelle che erano le aspettative di inizio stagione. Arrivato alla corte di Preziosi come il nuovo golden boy del calcio italiano, frutto dei 28 gol realizzati con la maglia del Pescara nella splendida cavalcata della banda Zeman verso la serie A, è partito anche in maniera abbastanza positiva ma poi, con il passare del tempo, si è capito che ne deve ancora passare di acqua sotto i ponti prima che l’ impatto dello scugnizzo di Torre Annunziata sulla serie A sia quello che tutti si aspettavano.

Allenatore di questa suddetta squadra è sicuramente Gasperini, essere esonerato da Zamparini non è una novità ma esserlo per ben due volte in mezza stagione vuol dire rasentare il ridicolo.

Come Direttore sportivo mettiamo sicuramente quel Daniele Delli Carri che in una sola stagione è riuscito a distruggere lo splendido Pescara dell’ anno passato. Una tale accozzaglia di stranieri che nemmeno un barcone della speranza diretto a Lampedusa se li sogna. Croati, brasiliani, islandesi, svedesi, slovacchi, colombiani, serbi, italiani ormai a fine carriera e onesti mestieranti da serie B, in parole povere una retrocessione già scritta ad inizio estate.

  
 
AGLIARDI
 
SILVESTRE    ACERBI   ROLANDO
 
SCHELOTTO   RIGONI   MATI FERNANDEZ   ALVARO PEREIRA
 
BOJAN   MAXI LOPEZ   IMMOBILE
 
Panchina: Ujkani; Juan Jesus, Kroldrup, Diakitè; Balzaretti, Ederson, Merkel, Olivera; De Luca, Nenè, Ranegie
             

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

giovedì 21 marzo 2013

JOHAN VONLANTHEN: DALLE ALPI ALLE ANDE PREDICANDO IL SIGNORE…


Tutti ricorderanno il famosissimo gioco da tavola Indovina Chi, parafrasando questo noto successo della MB (Milton Bradley/Hasbro) cerchiamo di scoprire chi è stato uno dei bidoni più colossali dell’ ultra centenaria storia calcistica del Brescia Calcio.
Colombiano, atleta di cristo, nazionale svizzero, attaccante, più giovane calciatore di sempre ad aver realizzato un gol agli Europei (Svizzera-Francia, Euro 2004), ex Psv Eindhoven, sbarcato dalle parti del Sebino nell’ annus horribilis 2005. Non avete ancora capito di chi stiamo parlando?Non è Robert, non preoccupatevi. I profani forse non se lo ricorderanno ma gli amanti del football nostrano sicuramente si, anche se dopo un attimo di riflessione. Stiamo parlando di Johan Vonlanthen, punteros elvetico arrivato alle Rondinelle nell’ inverno di ormai otto anni fa e sparito nel dimenticatoio come un batter di ciglia.

Nato nella calda e bellissima Santa Maria, grossa cittadina della Colombia che si affaccia sul mar dei Caraibi, cresciuto e divenuto calciatore nella fredda Berna, esploso in Portogallo ad Euro 2004 (suo il gol del pareggio della nazionale rosso crociata contro la Francia), invulso e abulico con la divisa della “Leonessa d’ Italia”, riscopertosi vincente con la maglia del Red Bull Salisburgo addosso (due scudetti in tre anni di cui il primo con il vecchio Trap in panchina) e diventato infine predicatore avventista nella lontana e natia terra de “los cafeteros”.
Certo per il Brescia post era Baggio rimanere in serie A era quasi un miraggio, visto che in attacco i biancoblu potevano su contare su “campioni” del calibro di Marc Nygaard o Luigi Dipasquale si trattava più di un miracolo, ma l’ apporto di questo giovane colored alla causa di Cavasin (subentrato a De Biasi alla 24esima giornata) fu talmente impalpabile (si ricorda solo il rigore provocato nel finale del derby con l’ Atalanta) nelle 9 volte che mise piede in campo che i tifosi bresciani se ne dimenticarono immediatamente.

Le sue doti linguistiche, è un vero e proprio poliglotta visto che conosce ben 7 lingue diverse, sono sicuramente maggiori di quelle che aveva con i piedi (l’unico anno che l’ ha visto andare in doppia cifra è stato il 2009/10 con la maglia dello Zurigo) e forse è anche per questo che ad un certo punto ha deciso di abbandonare tutto, i sogni di una carriera ricca di gloria, soddisfazioni e anche di soldi, per cercare la fortuna spirituale ripercorrendo così le parole che l’ avevano accompagnato durante la sua vita: “Da solo puoi raggiungere molto. Ma una cosa è certa solo con Gesù Cristo potrai riuscirci realmente”.
Da Brescia se ne andò perche in serie B si giocava il sabato (per lui, come avventista, quel giorno è considerato sacro e non voleva scendere in campo), dall’ Europa forse perché non si sentiva abbastanza apprezzato per l’ apporto che dava sul rettangolo di gioco,  speriamo che nella sua nuova avventura possa finalmente raggiungere quello che il calcio probabilmente non gli ha mai regalato:  essere in pace con se stesso e avvicinarsi sempre più a Dio…contento lui…

venerdì 22 febbraio 2013

INNOCENT EMEGHARA: UN FENOMENO COMPARSO DAL NULLA



Eme…che? Si si proprio lui Emeghara, una delle sorprese più scintillanti di questo inverno italiano. Uno sconosciuto, arrivato nel campionato più bello e difficile del mondo (difficile senza dubbio per il bello la cosa è soggettiva) come un qualsiasi signor nessuno e riscopertosi subito campione (anche se è ancora presto per questi epiteti). Di solito si dice che nel mercato di gennaio, chiamato anche di riparazione, le piccole squadre, quelle con l’ acqua alla gola e che devono risalire la china in tutta fretta, acquistano o giocatori dal curriculum importante ma a fine carriera (i vari gordo Jardel in quel di Ancona e “O animal” Edmundo al Napoli sono tra gli esempi più azzeccati) o autentiche scommesse, la maggior parte delle volte perse (il danese Marc Nygaard al Brescia, l’ uruguagio Horacio Peralta del Cagliari o il greco Panagiotis Gonias del Messina chi se li ricorda?). Bè dal primo approccio si direbbe che questo piccolo, veloce e micidiale attaccante colored non faccia parte nè tanto meno della prima nè della seconda categoria sopra citate ma appartenga a quella fascia di calciatori, tipo il primo Maxi Lopez di Catania o il Cassano rinato alla Samp, che hanno lasciato un segno indelebile nella storia delle rispettive società.

Nato a Lagos, in Nigeria, un paese distrutto e lacerato dalla guerra civile, il 27 maggio del 1989, ma cresciuto e trapiantato nella pacifica Svizzera (gli scherzi del destino…) e finalmente esploso nella piccola e tranquilla Siena dove sta bucando la rete avversaria quasi quanti sono i buchi su un pezzo di groviera.
Zurigo,Winterhtur, Grassophers nella Super League elvetica e il Lorient nella Ligue One francese le tappe di avvicinamento della “mosca atomica” (lo stesso sopranome dello juventino Giovinco) alla nostra serie A e finalmente all’ esordio, in quel Franchi che lo ha già eletto idolo indiscusso di una stagione assai complicata per la squadra bianconera. Nonostante alcune presenze (per lo più comparsate) con la nazionale elvetica, Innocent infatti ha preso la cittadinanza rosso crociata ed ha fatto tutta la trafila nelle rappresentative giovanili, di Ottmar Hitzfeld e la partecipazione alle Olimpiadi di Londra (3 presenze e un inutile rete contro la Korea) questo minuto attaccante di 170 centimetri era pressoché sconosciuto agli operatori del settore. Galeotto è stato un dvd finito sulla scrivania del direttore sportivo senese Luca Antonelli (già promosso a pieni voti dopo la cessione milionaria di Luis Neto) che, grazie anche al parere positivo dell’ allenatore Beppe Iachini, in quattro e quattr’otto ha permesso al giovane centravanti di coronare il proprio sogno.

Quattro reti in quattro partite, 7 punti portati in cascina grazie a queste reti (tra cui le splendide vittorie contro Inter e Lazio) e gli elogi di allenatore, tifosi e critica.
L’ ex mister di Brescia e Samp lo ha paragonato ad un misto tra il primo David Suazo e Pippo Inzaghi, lui invece si ispira al fenomeno Ronaldo, probabilmente non arriverà mai ai livelli dell’ asso brasiliano ma se continuerà a segnare con questa regolarità, primo il Siena potrebbe avere qualche reale speranza di salvarsi (nonostante i 6 punti di penalizzazione) secondo Innocent cambierà presto casacca indossandone una più prestigiosa ma assai più pesante….

martedì 8 gennaio 2013

L' angolo dei bidoni: Robert Jarni, il fantasma della Mole...



Robert Jarni, terzino sinistro classe 1968, non era proprio uno dei giocatori più scarsi approdati in riva al Po ma le tracce della sua unica stagione bianconera sono talmente impalpabili che ben pochi si ricordano del biondo di Cakovec.

Cresciuto nella squadra della sua città, il capoluogo della regione del Medimurje, a soli diciott’ anni si trasferì nel più prestigioso Hajduk Spalato dove iniziò un aspra rivalità con l’ acerrimo avversario, nonché grande e rispettato amico, Zvonomir Boban (pilastro della Dinamo Zagabria). Nel club più blasonato dell’ ex Jugoslavia (9 campionati e 9 coppe nazionali vinte) rimane per un lustro conquistando, insieme a compagni del calibro di Boksic e Slaven Bilic (ex Everton e West Ham), due coppe nazionali nel 1987 e nel 1991 prima del trasferimento nel nostro campionato.

I due amici-rivali Jarni-Boban arrivano contemporaneamente in Italia e questa volta entrambi con la stessa maglia sulle spalle: quella del Bari. La squadra del presidente Matarrese, nonostante il record di abbonati (22000) e una campagna acquisti sontuosa con gli arrivi anche di David Platt e Franck Farina, fatica a ingranare e neppure l’ arrivo in panchina del polacco Boniek riesce a salvare una barca già affondata. Il binomio croato non riesce quindi nell’ impresa di salvare il club dalla retrocessione e nella stagione successiva, mentre il genio Zvone si trasferisce nel Milan, il buon Jarni decide di rimanere in Puglia per tentare l’ immediata risalita in massima serie. La stagione ’92-’93 è però avara di soddisfazioni per i galletti (nonostante un duo d’ attacco composto da Igor Protti e dal Cobra Tovalieri)e la formazione guidata in panchina dall’ ex ct della nazionale brasiliana a Italia ’90 Sebastiāo Lazaroni termina il campionato in una mesta decima posizione. 
Robert Jarni disputa un buona stagione fatta di 28 presenze e 3 reti tanto che per l’ anno successivo viene ingaggiato dal Torino. Con i granata del trainer Emiliano Mondonico, di Andrea Silenzi (bomber stagionale con 17 reti), Enzo Francescoli e Benny Carbone conquista un buon ottavo posto in campionato, una cocente eliminazione nei quarti di Coppa delle Coppe contro l’ Arsenal (vincitore del torneo dopo aver sconfitto in finale il Parma di Nevio Scala) e una semifinale di Coppa Italia (eliminati dall’ Ancona).

Robert scende in campo per ventitre volte dimostrando una notevole sicurezza sulla fascia mancina prediligendo soprattutto la fase offensiva a compiti di copertura. La Juventus del nuovo corso di Marcello Lippi e guidata dietro la scrivania dalla famigerata triade Moggi-Giraudo-Bettega, avendo bisogno di un terzino di livello internazionale e che conoscesse già il nostro campionato (vista la tremenda malattia che aveva colpito il povero Andrea Fortunato) strappò il fluidificante croato, insieme al capitano granata Luca Fusi, dalle grinfie degli acerrimi rivali cittadini. La campagna acquisti fu sontuosa: arrivarono, oltre ai due torinisti, un centrocampista di qualità come il portoghese Paulo Sosa ed uno di quantità come Didier Deschamps e in difesa fu acquistato un mastino come Ciro Ferrara, un centrale che aveva conquistato tutto con il Napoli di Maradona. A far le valige furono invece Dino Baggio, che si vendicò regalando al Parma la Coppa Uefa con un suo gol decisivo, Andreas Moller e Julio Cesar invece finirono al Borussia Dortmund e regalarono ai loro vecchi tifosi un grandissimo dispiacere nella finale di Champions League ’97-’98.

La marcia degli uomini di Lippi risultò trionfale e dopo quasi un decennio arrivò lo scudetto numero 23. Jarni durante la stagione scende in campo 30 volte (15 in campionato, 9 in coppa Uefa e 6 in coppa Italia) segnando anche un gol decisivo in campionato contro il Genoa ma a causa delle sue spiccate doti offensive, la squadra era già abbastanza spregiudicata, spesso e volentieri gli viene preferito il modesto, ma più diligente, Alessandro Orlando arrivato in autunno dal Milan in uno scambio con Paolo Di Canio.

1949 minuti giocati, 1 gol, 1 espulsione (contro il Bari sua ex squadra) e 4 ammonizioni, questi i numeri in bianconero del croato nella sua unica stagione disputata sotto la mole. 

 Liquidato dalla dirigenza piemontese viene spedito nella penisola iberica dove gioca per tre anni consecutivi con il Betis Siviglia. Con i “Los Verderones” arriva, insieme ai connazionali Vidakovic e Bjelica, addirittura ad una finale di Coppa del Re dove però viene sconfitto dal Barcellona di Johan Cruijff. Nel 1998, dopo essere già stato ceduto in Inghilterra al Coventry, si toglie la più grande soddisfazione della carriera portando la sua nazionale, segna anche un gol decisivo nei quarti di finale contro la Germania, ad un eccezionale e sorprendente terzo posto nella Coppa del Mondo vinta poi dalla Francia di Zidane.

Con la maglia degli Sky Blues, il soprannome del Coventry, non scende mai in campo perché, forse folgorati dalle sue prestazioni al Mondiale francese, il Real Madrid lo acquista prima del termine del mercato. Con “Los Merengues” riesce anche a vincere una Coppa Intercontinentale contro i brasiliani del Vasco da Gama (nella sfida entra all’ ’89 minuto) arricchendo ulteriormente la sua personale bacheca. In campionato la squadra di Guus Hiddink, poi sostituito dal gallese John Toshack, arriva seconda alle spalle di uno stratosferico Barcellona  mentre nella Coppa Campioni esce malamente contro la Dinamo Kiev di un giovanissimo Shevchenko, Jarni non riesce a trovar spazio nell’ undici titolare, chiuso da un campione come Roberto Carlos e così dopo una sola stagione si conclude la parentesi madridista del croato.  
Nelle due annate successive va a svernare nelle splendide Canarie dove veste la divisa del Las Palmas. Con la squadra di Gran Canaria, club fondato nel 1949 dalla fusione di ben cinque squadre: Atletico Club, Club Vitoria, C.D. Gran Canaria, Arenas Club e Marino F.C., riesce a conquistare una storica promozione nella Liga dopo aver conquistato la Segunda Division grazie ai gol del pichichi Salillas arrivando poi ad una tranquilla salvezza la stagione seguente.

Nel 2001-02, l’ ultimo anno prima dell’ addio al calcio, si trasferisce nel non trascendentale campionato greco dove viene acquistato dal Panathinaikos (la squadra di punta della polisportiva che racchiude ben quindici discipline sportive, dalla pallacanestro allo sci nautico). L’ esperienza è tutt’altro che esaltante e nonostante una squadra con nomi altisonanti come quelli del connazionale Goran Vlaovic (ex Padova) e del portoghese Paulo Sosa, il campionato viene vinto dagli odiati rivali dell’ Olympiakos. Robert, tartassato da problemi fisici, scende in campo solamente cinque volte decidendo così, a soli 34 anni, di farla finita definitivamente con il calcio giocato.

L’ addio però è di brevissima durata ed infatti, pochi mesi dopo il suo annuncio, Jarni riprende a giocare. Questa volta non più a soccer ma opta per il meno impegnativo, a livello fisico, futsal. Il calcio a 5 gli da nuovi stimoli e per ben quattro stagioni diventa la bandiera del MNK Spalato, il più prestigioso club croato, conquistando ben tre campionati e quattro coppe nazionali.

Nell’ ottobre 2006 interrompe anche questa esperienza ed entra nei quadri dirigenziali della sua prima squadra di club, l’ Hajduk Spalato. La voglia di allenare per infondere nei più giovani la sua grande esperienza è troppa e nel novembre 2007 decide di diventare capo allenatore della squadra croata al posto di Sergije Kresic, suo ex mister ai tempi del Las Palmas, guidandola alla vana rincorsa di un inarrivabile Dinamo Zagabria.

Terminata non troppo positivamente la sua breve parentesi da allenatore dell’ Hajduk nel 2010-11 ritorna al timone di una squadra di club. Gli viene offerta la panchina della neopromossa NK Istra 1961 squadra di Pola. I risultati però non sono eccezionali e la squadra, retrocessa sul campo dopo un deludente penultimo posto, rimane in Prva Liga solamente perche a due delle neopromosse dalla seconda divisione viene negata l’ iscrizione al campionato.

Robert Jarni, purtroppo in Italia non è riuscito a sfondare ma ai posteri può raccontare un record difficilmente eguagliabile: quello di avere giocato con le divise di 3 nazionali differenti. Quella della Jugoslavia, indossata per 7 volte, quella della Croazia (di cui a lungo ha detenuto il record di presenze superato solo dal milanista Simic) e quella della nazionale di futsal croata con la quale ha partecipato alle qualificazioni per i Mondiali. Sia in campo che in panchina non è stato certamente un fuoriclasse ma almeno un recordman lo è…   

venerdì 28 dicembre 2012

I 10 ATLETI SIMBOLO DEL 2012



     1)       USAIN BOLT il figlio della Giamaica è risultato ancora una volta l’ uomo copertina delle Olimpiadi londinesi. In un edizione dei giochi in cui non veniva data per scontata la sua vittoria, a causa delle strepitosi condizioni di forma del connazionale Yohan Blake, ha dimostrato invece di essere ancora lui il più forte confermando a suon di record la sua candidatura come atleta più forte della storia di questo sport. Prima i 100 metri, poi i 200 metri piani ed infine, con tanto di record mondiale, l’ affermazione nella staffetta 4X100, tre medaglie d’oro che rispecchiano esattamente l’incredibile tripletta di Pechino. Dall’ unico atleta nella storia ad aver bissato la doppietta 100-200 in due edizioni consecutive dei giochi cosa volete di più?
     2)      SEBASTIAN VETTEL del più giovane pilota di Formula 1 ad aver ottenuto una pole (Monza 2008), ad aver vinto un gran premio (sempre Monza 2008), ad aver ottenuto più punti in una singola stagione (392 nel 2011), ad aver fatto più pole in un anno (15 nel 2011), ad essere diventato Campione del Mondo (2010) ed averlo bissato per tre anni di fila che dire di più?probabilmente questo è stato l’ anno in cui ha sofferto di più e probabilmente deve ringraziare molto lo staff tecnico-tattico della Ferrari (con alcuni inspiegabili errori) se è riuscito in una rimonta che ha dell’ incredibile. Strapparlo alla Red Bull sarà difficilissimo ma il sogno di tutti noi è vederlo sul Cavallino Rampante per ripetere le indimenticate gesta di Schumi.
     3)   LIONEL MESSI Pelè, Maradona ed adesso lui Lionel Messi o più semplicemente Leo. Il più forte giocatore del football moderno quest’anno, nonostante abbia portato a casa pochissimo (solo una Coppa di Spagna), ha dimostrato ancora una volta di più di essere di un altro pianeta. 91 gol segnati in un anno solare sono un impresa stratosferica e se anche non dovesse essergli assegnato alcun record (visto alcuni pseudo-giocatori che rivendicano di essere andati in tripla cifra) ciò che il piccolo grande uomo di Rosario ha fatto resterà negli annali. I tre Palloni d’Oro consecutivi nella sua bacheca sono destinati ad aumentare e se finalmente ripeterà anche con l’ albiceleste della sua Nazionale le prestazioni con la camiseta blaugrana per lui ci sarà gloria eterna
     4)      MICHAEL PHELPS il cannibale di Baltimora, nonostante non abbia gareggiato al 100%, è riuscito nell’ impresa di polverizzare l’ ultimo record olimpico che gli mancava. Con i 4 ori e i 2 argenti conquistati in quel di Londra è diventato infatti l’ atleta ad aver conquistato più medaglie ai giochi olimpici raggiungendo l’ incredibile cifra di 22 medaglie (18 d’oro, 2 d’ argento e 2 di bronzo) e battendo il precedente primato della ginnasta russa Larissa Latynina (18 medaglie complessive) che resisteva da quasi 40 anni.  Il più forte nuotatore di ogni epoca ora è atteso da una pensione, alla tenera età di 27 anni, dorata e siamo certi che l’ acqua e il cloro forse non gli mancheranno così tanto…
   5) ROGER FEDERER quando tutti ormai davano per spacciato il domino incontrastato di Federer (ormai è troppo vecchio e logoro fisicamente, la moglie e  le due gemelle gli tolgono energie e motivazioni) il tennista di Basilea, con un colpo di scena degno di Harry Potter, è riuscito nell’ impresa di scalzare il duo-polio formato da Djokovic e Nadal e di riprendersi il trono di numero 1 del tennis mondiale. Il settimo trionfo sull’ erba di casa di Wimbledon è stata la ciliegina sulla torta di un annata vissuta in crescendo  e che ha raggiunto l’ apice con l’ennesimo record strappato a Peter Sampras (quello delle settimane come numero 1 al mondo) confermando così che il Re non ha ancora abdicato definitivamente
     6)      JORGE LORENZO Jorge Por Fuera ha dimostrato ancora una volta che l’ erede designato di Valentino Rossi c’è e viene da Palma di Maiorca. Il pilota maiorchino infatti è riuscito a dominare il campionato della Moto Gp lasciandosi alle spalle due ossi duri come il connazionale Dani Pedrosa e l’ australiano Casey Stoner (che a soli 26 anni ha deciso di abbandonare le corse) e dimostrando come il binomio Lorenzo-Yamaha sia ancora quello da battere. 45 vittorie, 97 podi e 51 pole position la dicono lunga sulle potenzialità di questo campione che, avendo solamente 25 anni, vorrà dominare ancora a lungo il palcoscenico principe delle due ruote. 
      7)      SERENA WILLIAMS l’ amazzone di colore è tornata a dominare le scene tennistiche mondiali come solo lei sapeva fare. Dopo un lunghissimo periodo in cui le precarie condizioni fisiche ed una vita mondana non proprio morigerata l’ avevano costretta ad assentarsi dal circuito, da Wimbledon 2012 in poi non ha più perso un colpo. Da giugno in avanti ha conquistato infatti due slam (prima gli All England Championsip e poi gli US Open), la medaglia d’ oro olimpica (schiantando in finale la bellissima Maria Sharapova con un eloquente 6-0 6-1) e il Gran Finals Wta dimostrando così che, se il possente fisico gli regge, la regina incontrastata del circuito femminile è una sola.
     8)      MOHAMED FARAH se nella velocità il dominatore incontrastato è Superman Bolt, nel mezzofondo, l’ equivalente del jet di Trelawny è questo magrissimo e ossuto atleta britannico. Nato a Mogadiscio ma trasferitosi in Gran Bretagna alla tenera età di otto anni insieme al padre e a due fratelli (altri tre compreso il gemello di Mo sono rimasti nelle natia patria vivendo di stenti) è stato eletto atleta simbolo di queste Olimpiadi. Dominare i 5000 e i 10000 metri (era rispettivamente dal 1984 con la vittoria di Alberto Cova sui 25 giri di pista e dal 1992 con il trionfo del tedesco Baumann nei 5000 che l’ Africa regnava incontrastata) è impresa titanica è prima di lui solo il polacco Emil Zapotek e l’ etiope Kenesisa Bekele erano riusciti in questa straordinaria doppietta regalandosi quella gloria eterna che anche il buon Farah si è degnamente guadagnato
    9)   ROBERTO DI MATTEO prendere una squadra allo sbando e portarla alla vittoria della Champions League, la prima nella storia dei Blues, non è cosa da tutti i giorni. Villas Boas era stato esonerato con il team ormai tagliato fuori dalla lotta per il titolo inglese e con un piede e mezzo nella fossa in Champions dopo il 3 a 1 subito contro il Napoli. L’ esordio del tecnico italo-svizzero coincide proprio con il trionfo e il ribaltone ai danni dei partenopei. Dal 4 a 1 rifilato a Cavani & company in poi la marcia del londinesi in Champions è trionfale. Prima il Benfica poi il Barcellona ed infine, nell’ atto finale della manifestazione, i super favoriti del Bayern Monaco (che tra l’ altro giocavano in casa la finale) sono caduti sotto i colpi di Drogba e  compagni. Patron Abramovich poi ha preferito dare il benservito al mister di Sciaffusa, considerato forse troppo poco glamour, ma ai tifosi di Stamford Bridge rimarrà sempre il ricordo del primo, e finora unico, coach ad aver portato la Coppa dalle grandi orecchi oltremanica.
   10)   FELIX BAUMGARTNER questo paracadutista e base jumper austriaco, dopo aver compiuto imprese al limite dell’ umano come gettarsi dalle Petronas Tower di Kuala Lumpur o come percorrere il Canale della Manica con la tuta alare ha voluto stupire tutti riuscendo in un impresa che, per pericolosità e spettacolarità, è ai limiti della pazzia. Il 14 ottobre 2012 l’ austriaco infatti si è gettato nel vuoto dalla stratosferica altezza di 39.068 metri raggiungendo l’ incredibile velocità di 1342.8 km/h e tenendo incollato milioni di spettatori (il lancio in diretta ha stabilito il record di spettatori su You Tube) in quegli interminabili 4 minuti e 22 secondi di caduta libera.