Sessantaquattro anni fa, era l’
anno 1948, entrò in vigore la Costituzione Italiana, morì il Mahatma Gandhi, nacque
l’ Unione europea Occidentale e venne proclamato lo Stato d’ Israele e…la Pro
Vercelli militava per l’ ultima volta in serie B. Dopo più di mezzo secolo, di
anni bui, vicissitudini societarie e stagioni passate nel dilettantismo
finalmente la Pro, una delle società più gloriose della storia calcistica
italiana, torna in uno dei palcoscenici che competono ad una squadra che ha vinto
ben sette scudetti.
la formazione del primo scudetto
Nel 1922 giocatori come Rosetta (che
fece scandalo in quanto venne acquistato dalla Juventus in un periodo in cui
non esisteva ancora il professionismo), Perino, Ardissone e Borello
conquistarono sul campo l’ ultimo tricolore, novant’anni dopo i protagonisti si
chiamano Valentini, Modolo, Espinal, Fabiano e Malatesta e con le loro
prodezze hanno permesso ai leoni di ritornare nel calcio che conta, un
traguardo immenso per una formazione che non partiva certo con il favore dei
pronostici ma che con il tempo e con l’ encomiabile lavoro di mister Braghin è
riuscita a sovvertire i pareri degli esperti.
il logo dell Pro Vercelli
Quinta al termine del campionato
ha prima eliminato il favoritissimo Taranto (3 a 2 al Piola e 0 a 0 davanti ai
15 mila spettatori dello Iacovone) di mister Dionigi e poi nella finalissima
dei play-off il Carpi di Notaristefano. Dopo il pareggio a reti bianche in
terra piemontese la gara perfetta disputata al Braglia di Modena (campo
designato per l’ indisponibilità dello stadi di Carpi a causa del terribile
terremoto di qualche settimana fa) dove Armenise e compagni, nonostante lo
svantaggio immediato, hanno dominato gli impauriti padroni di casa ribaltando
il risultato con le reti dei giovani Modolo e Iemmello e il sigillo finale di
bomber Malatesta (capocannoniere della squadra con 10 reti stagionali) .
Al triplice fischio finale quindi
il tripudio, un migliaio di scatenati tifosi vercellesi in delirio nel soleggiato
spicchio di curva a loro destinato e l’ esultanza sfrenata di giocatori e
dirigenti sul rettangolo di gioco a far da contraltare alla delusione e allo
sconforto dei favoriti emiliani.
la scatenata curva del Silvio Piola
Poi tutti di corsa verso Vercelli
dove all’ arrivo del pullman qualche migliaio di supporter aspettava i propri
idoli per festeggiare una promozione quanto mai sudata, meritata e inaspettata.
Una notte di bagordi, di caroselli per le strade della città e di fiumi di
alcool ma già da oggi bisognerà tornare al lavoro per allestire una compagine
pronta ad affrontare con serenità una stagione in cui gli obbiettivi saranno
due: ben figurare in Serie Bwin e soprattutto dominare il derby con gli odiati
cugini del Novara…
Martina Navratilova e Serena
Williams probabilmente saranno irraggiungibili ma sognare di eguagliarle,
almeno una volta nella vita, non costa nulla. Quello che Sara Errani, la
piccola emiliana nata a Bologna cresciuta a Massa Lombarda ed esplosa in
Spagna, si appresta a vivere in questi due giorni è qualcosa che poche, anzi
pochissime tenniste hanno mai potuto realizzare nella storia di questo sport. Giocare
due finali, una in singolare e l’ altra in doppio, in uno dei tornei del grande
slam non è da tutti, una leggenda come la Navratilova è riuscita (vincendo) per
ben novevolte nell’ impresa e nel 1985
è andata vicina ad uno storico tris (trionfo in doppio e doppio misto e
sconfitta in finale dall’ eterna rivale Chris Evert) mentre l’ amazzone
statunitense Serena Williams si è fermata a 6 doppiette e in due di queste
occasioni ha prima sconfitto la sorella maggiore, ma solo d’ età, Venus in
singolare e poi nel doppio, dove forma una delle coppie più devastanti del
tennis moderno sempre con l’ inseparabile sorellona, ha massacrato le impotenti
sfidanti.
le sorelle Williams in trionfo
Il cielo di Parigi si tinge
sempre più d’azzurro e per il terzo anno consecutivo, fatto quasi inimmaginabile,
una nostra atleta giunge all’ atto conclusivo nel tempio della terra rossa. Dopo
il doppio exploit della leonessa Francesca Schiavone (vincitrice nel 2010 e
sconfitta l’ anno scorso) adesso tocca a Sara Errani portare in alto l’ onore
dell’ Italia. La campionessa tascabile dal dritto micidiale e dall’
intelligenza tattica fuori dal comune dovrà vedersela però contro una delle
avversarie più ostiche ed in forma del momento, la siberiana dagli occhi di
ghiaccio Maria Sharapova . Sembrerebbe la classica storia di Davide contro
Golia, i 164 centimetri della 25enne romagnola contro il metro e ottantotto
della statuaria russa, il brutto anatroccolo (senza alcuna offesa) contro un
cigno bello e splendente (Masha infatti prende cifre astronomiche dagli sponsor
anche per il suo fascino) ma si sa che il tennis è uno sport strano, un gioco
in cui nessuno parte già battuto a priori. La Sharapova è dotata di una potenza
e di un servizio (anche se discontinuo) micidiali ma soffre questa superficie
(il Roland Garros è l’ unico slam che gli manca) e negli spostamenti non è
certo un fulmine di guerra. Per la nostra portacolori bisognerà ripetere la
splendida prova fornita contro l’ aussie Samantha Stosur (giocatrice per certi
versi simile alla russa) per riuscire in quel’ impresa sognata fin da quando, a
soli cinque anni, prese in mano la sua prima racchetta.
Sharapova in un immagine di buon auspicio
La concentrazione però non sarà
rivolta solo al match di domani, quest’oggi infatti giocherà la prima delle due
finali raggiunte in questi pazzeschi quindici giorni. In coppia con la grande
amica Roberta Vinci (le doppiste della nazionale italiana di Fed Cup) vuole
portare a 6 il numero di vittorie stagionali (tra le altre anche Madrid e Roma)
ma per far ciò bisognerà superare la resistenza della coppia russia
Kirilenko-Petrova teste di serie numero 7 del seeding e speriamo che il detto
chi ben comincia è a metà dell’ opera porti bena alla nostra Sarina….
Nato a Nocera Inferiore, trapiantato ad Haarlem (Olanda), residente a Montecarlo, titolare della Maguire Tax & Legal (con uffici in Brasile, Paesi Bassi e Repubblica Ceca), poliglotta (parla 7 lingue), ex pizzaiolo e cameriere e proprietario di un Mc Donald. Chi è? La risposta è semplice: Mino Raiola, in una parola il nuovo re del mercato.
Con i piedi non ci sapeva fare, la sua carriera terminò a soli 18 anni, ma con la testa…Appesi gli scarpini al chiodo iniziò subito a lavorare per l’ Haarlem, la squadra più vecchia d’ Olanda, con il compito di responsabile del settore giovanile per poi diventare il direttore sportivo della prima squadra in men che non si dica. A 20 anni fonda la sua società di intermediazione, la Intermezzo, arrivando in brevissimo tempo a diventare il rappresentate di tutti i calciatori olandesi (escludendo dal giro due mediatori storici come Coster Cor e Appolonius Konijnburg) e quindi il “deus ex machina” della campagna trasferimenti orange.
Ibra-Galliani-Raiola alla presentazione dello svedese
I primi pezzi del suo intricatissimo scacchiere a muoversi furono Brandon Roy in direzione Foggia, Dennis Bergkamp (offerto in precedenza dallo stesso Raiola all’ ex presidente del Napoli Ferlaino per 700 milioni e acquistato successivamente dall’ Inter per 25 miliardi) e Wim Jonk, per comprare il primo bisognava accollarsi anche il secondo, ai nerazzurri, Michael Kreek al Padova e Marciano Vinck al Genoa di Aldo Spinelli (preso per un tozzo di pane ma con l’ ingaggio più pesante della rosa, e chiamalo stupido visto che un procuratore guadagna sullo stipendio del suo assistito!).
Terminato il periodo d’ oro degli olandesi (anche per le pessime prestazioni in campo dei sopraindicati) Raiola si getta sul mercato dell’ Est Europa e diventa il mentore e lo scopritore di uno dei più fulgidi talenti mai espressi dal calcio cecoslovacco. Porta infatti in Italia Pavel Nedved e la “furia ceca” diventerà l’ idolo prima della curva nord della Lazio e poi di quella Scirea (la curva della Juventus).
Raiola con la furia ceca Pavel Nedved
Negli anni espande sempre più il suo parco giocatori annoverando nella sua scuderia cavalli di razza come Zlatan Ibrahimovic, Mario Balotelli, Mark Van Bommel e Maxwell. Soprattutto con i primi due ha compiuto autentiche prodezze di mercato (nel senso dei guadagni per le sue tasche). Ha portato Ibrahimovic alla Juve dall’ Ajax e poi ha approfittato della vicenda calciopoli per piazzarlo prima all’ Inter (con relativo super ingaggio) poi al Barcellona, dal quale lo stesso Raiola percepirà una cifra di 1,2 milioni di € annui fino al 2014 per l’ intermediazione, ed infine al Milan (dove è il giocatore più pagato). A Mario Balotelli, genio ribelle del calcio nostrano, è riuscito a far lievitare l’ ingaggio (con annesso cambio di squadra) da 100 mila euro a 3,5 milioni di euro nel giro di un paio d’anni…se non sono miracoli questi.
Balotelli litiga con un compagno del City
Kasami, promessa svizzera ex Palermo, il brasiliano Jonathas del Brescia, Didac Vilà dell’ Espanyol, Cris del Lione, Felipe Mattioni che milita sempre nella seconda squadra di Barcellona, Ouasim Bouy arrivato a gennaio alla Juve Primavera, Cesare Natali della Fiorentina sono solo alcuni della ventina di giocatori che ruotano nell’ orbita di Mino. L’ ultima bomba di mercato è quella che rimbalza direttamente da Manchester dove la giovane promessa dello United Paul Pogba, in scadenza con i red devils, sarebbe in mano alla Juve. Il caso vuole però che al giocatore sia stato proposto un contratto da circa un milione di euro a stagione mentre all’ ex pizzaiolo di Nocera, sempre per l’ intermediazione, andrebbero 1,8 milioni di euro. Se avesse un cono con le stelle in testa ed una bacchetta magica potremmo dire che sia un mago invece è solo un genio del mercato….
La piantina del museo che sorge all' interno dello stadio
Juventus Museum, il museo del club bianconero, la casa in cui tutti potranno ammirare e rimirare i più importanti ricordi di 115 anni di storia juventina.
Si tratta di un viaggio nell'epopea bianconera attraverso le vittorie, i trofei, i personaggi, calciatori e dirigenti, che hanno contribuito a generare il mito della Juve. Scudetti e coppe, immagini, foto e cimeli, tutto racchiuso in 1.500 metri quadrati, fino ad arrivare all'ultimo successo, il tricolore appena conquistato.
Lo Juventus Museum, presieduto dal giornalista Paolo Garimberti, é concepito con l'utilizzo di tecnologie multimediali innovative che trasformano la visita in esperienza diretta. I suoi contenuti sono in costante aggiornamento, per stare al passo con l'attualità della squadra. Attraverso la storia del club, il pubblico potrà rivivere alcune tappe fondamentali della storia dell'Italia. Numerose saranno le chicche che stupiranno lo spettatore: la mitica panchina sulla quale chiaccheravano Del Piero e Bonipert all' inaugurazione dell JStadium, lo storico quaderno che attesta la fondazione della squadra, le maglie dei calciatori. Uno spazio è dedicato anche al legame tra la Juventus e la Fiat e alla sua presenza nel cinema, nella tv, nella radio, nella letteratura e nella musica
Andrea Agnelli con l' ultimo scudetto
"La storia del club - dice il presidente Andrea Agnelli - si intreccia con la storia d'Italia. Il museo spiega come la Juve sia diventata non solo la squadra di Torino, ma la squadra d'Italia e ci porta al livello dei competitor europei".
C'é il "tempio dei trofei" con il racconto di coppe e trofei sapientemente orchestrato da un gioco di luci e immagini. Ci sono le teche con le 34 maglie dei giocatori che hanno superato le 300 presenze in bianconero, la "quadrisfera" in cui scorrono le immagini degli juventini in maglia azzurra nei quattro mondiali vinti, la medaglia d'oro di Gigi Buffon vinta a Berlino nel 2006 ("L'ho donata affinché tutti la possano godere", dice il portiere), l'enciclopedia touch-screen, il ricordo delle 39 vittime dell'Heysel.
Quindi il gran finale, dove si entra in campo insieme ai giocatori, dentro lo Juventus Stadium e nei teatri dei trionfi bianconeri, accompagnati dall'urlo dei tifosi e dalle atmosfere dello stadio.Insomma un esperienza unica ed irripetibile....
Gattuso, Del Piero e Inzaghi con la Coppa del Mondo
2790 (le presenze complessive),
519 (i gol), 254 (gli anni) e 74 (i trofei conquistati) non sono i numeri del
lotto da giocare questa settimana. Sono una serie di cifre matematiche che
racchiudono la carriera di 7 giocatori che hanno costituito una fetta
importante della storia sportiva delle rispettive squadre e che, purtroppo,
dall’ anno prossimo non rivedremo mai più, salvo clamorosi coupe de teatre dell’
ultim’ora, con le maglie e i colori a cui si sono associati per quasi tutta la
loro carriera.
Stiamo parlando di Alessandro
Nesta, Filippo Inzaghi, Gennaro Gattuso, Clarence Seedorf, Gianluca Zambrotta,
Alessandro Del Piero e Ivan Ramiro Cordoba.
I primi cinque, che racchiudono testa,
cuore, polmoni, classe e scaltrezza del
Diavolo, sono coloro che hanno costruito l’ epopea del Milan del nuovo
millenio. Quella squadra che, sotto la guida di Carlo Ancelotti prima e Allegri
poi, ha dominato l’ Italia, l’ Europa e il Mondo. In due lustri due Scudetti, una
coppa Italia, due Champions League (più la terza letteralmente gettata al vento
nella famigerata finale di Istanbul), due supercoppe italiane e due europee e
un campionato del mondo per club (la nuova denominazione della vecchia
intercontinentale) sono trofei che alcune squadre di club sognerebbero di
vincere in tutta la loro storia.
Alessandro Nesta
Alessandro Nesta, trentasei anni,
uno dei difensori più forti ed eleganti del calcio moderno, martoriato dai
problemi fisici e da una schiena ormai logora andrà a svernare in Usa, da anni
meta delle sue vacanze estive, dove cercherà di conquistare la Major League con
i Red Bull New York dell’ ex gunners Thierry Henry. Gennaro Gattuso, l’ uomo
che forse più di tutti racchiude in sé lo spirito di guerriero e combattente
tipico dei rosso-neri, nonostante problemi di salute non indifferenti
(soprattutto nell’ ultima stagione) non ha ancora intenzione di smettere e
sogna di terminare quel lungo viaggio partito da Corigliano Calabro con scalo a
Berlino, tappa a Milanello e arrivo a Glasgow proprio nella città scozzese dove
è diventato uomo e dove ha incontrato la donna della sua vita (i gravi problemi
finanziari dei Rangers però potrebbero essere un ostacolo difficile da
superare).
Inzaghi esulta dopo un gol
Anche per Filippo Inzaghi, l’
uomo che è “nato in fuorigioco” come disse Alex Ferguson , uno dei più
prolifici bomber di sempre, il protagonista indiscusso di alcuni notti magiche
di ancelottiana memoria come Manchester e Atene, sembra non esserci più spazio
nella rosa di Allegri. Nonostante le trentanove primavere Super Pippo non si
sente ancora un ex giocatore e il gol da rapinatore siglato nell’ ultima
giornata contro il Novara rimarrà il suo regalo d’ addio al popolo di San Siro,
un pubblico che lo ha amato e l’ amerà per sempre.
Clarence Seedorf, l’ unico
giocatore al mondo ad aver vinto tre Coppe dei Campioni con altrettante squadre
(Ajax, Real Madrid e Milan), gigante d’ ebano dai piedi sopraffini non ha mai
gradito il basso minutaggio concessogli dal suo attuale tecnico e per questo
molto probabilmente finirà una carriera a dir poco trionfale nel non
trascendentale campionato brasiliano. Il Botafogo, con gentile intercessione
dello sponsor tecnico dell’ olandese (la Puma), è pronto ad accoglierlo tra le
sue fila e per i tifosi de “O Glorioso” sarà una vera delizia vedere il “Professore”
sciorinare giocate d’ alta classe.
Per Gianluca Zambrotta, eclettico
e duttile terzino di fascia esploso con la maglia juventina durante il
Lippi-bis, questo è arrivato il momento di dire basta. Gli anni a Milano
sicuramente non sono stati i più gloriosi della sua carriera (è arrivato nel
2008 a 31 anni) ma l’ aver indossato la divisa rosso nera in 106 occasioni
rimarrà sicuramente unricordo
indelebile.
Ivan Ramiro Cordoba difensore dell' Inter
Passando sull’ altra sponda del
Naviglio come non ricordare la storia di uno dei giocatori più rappresentativi
dell’ Inter di Massimo Moratti. Stiamo parlando di Ivan Ramiro Cordoba, 13 anni
a sputar sangue con la maglia neroazzurra indosso, 454 incontri disputati, 4
scudetti, 4 coppe Italia e la ciliegina della Champions due anni or sono. Il trentaseienne
difensore colombiano, anche se da qualche stagione ricopre un ruolo da
comprimario (anche perché chiuso al centro dalla coppia Lucio-Samuel), è da
sempre un idolo di San Siro ed il suo addio, coinciso con il derby, ha regalato
un misto di gioia e commozione a tutti noi.
L’ ultimo dei 7, ma non per
importanza, è il capitano della Juventus Alessandro Del Piero. Conegliano
Veneto, Padova, Torino, Roma, Tokyo, Udine, Manchester, Berlino, Rimini e lo
Juventus Stadium queste brevemente le tappe più significative che racchiudono la carriera di uno dei
giocatori più forti della storia del calcio. Record di presenze (704), di gol
(291), di marcature nelle competizioni europee (54), di stagioni consecutive
con la stessa maglia (19), di reti in una singola stagione di Champions (10),
di minuti giocati (48.610); in tutto questo possiamo ritrovare un uomo, un
giocatore, un padre di famiglia, un capitano e un idolo, una persona che ha
fatto la storia della società.
Alex Del Piero e la sua linguaccia
18 trofei vinti tra cui 8 scudetti (compresi i
due revocati), il purgatorio della Serie B, gli infortuni, l’ ultima gioia
targata Conte (il suo vecchio capitano e in cui lui lo zampino ce l’ ha messo
ancora) e adesso il lento e doloroso addio. Non un addio voluto da entrambe le
parti, un addio unilaterale voluto dalla società (a meno di ripensamenti che
avrebbero del miracoloso), un addio che lascerà tanti cuori infranti e un vuoto
incolmabile sul rettangolo di gioco.
Ci mancherai, ci mancherete, la
serie A senza questi sette campioni non avrà più lo stesso fascino…
lo Juventus Stadium dopo il trionfo del trentesimo scudetto
Per quest’anno niente zero
tituli, come direbbe un illustre allenatore che l’ Italia non ha mai
dimenticato del tutto, lo zero è stampato invece limpidamente nella casella
delle partite perse. Nella stagione 2011-12 infatti la Juventus di Antonio
Conte non ha ancora assaporato il gusto della sconfitta, 37 partite (manca l’
ultima a Torino contro l’ Atalanta) in campionato con 22 vittorie e 15 pareggi
a cui vanno aggiunte 4 partite di Coppa Italia (3 vittorie e 1 pari) e il
record di Fabio Capello del lontano ’91-’92 (il suo Milan terminò il campionato
imbattuto ma le squadre erano solo 18) ormai ad un passo.
Secondo miglior attacco (dietro
solamente al Milan) e di gran lunga miglior difesa (19 le reti subite da Buffon
con la media di una quasi ogni due partite), 42 punti conquistati in casa, 39
lontano dalle mura amiche, 17 differenti giocatori andati in gol (ennesimo
record) che hanno sopperito alla mancanza di un vero e proprio bomber (il
migliore della squadra è Matri con 10 gol che è in sedicesima posizione nella
classifica di specialità). Questi sono i numeri straordinari dei bianco-neri e
guardando proprio l’ invidiabile score di Del Piero e compagni non ci
dovrebbero essere dubbi sulla legittimità dello scudetto.
la gioia incontenibile dopo la vittoria contro il Cagliari
Qualcuno potrà anche pensare che
il Milan ha perso per colpa dei troppi infortuni o per il famigerato gol-non
gol di Muntari nella sfida diretta del ritorno, che il Napoli non si è mai
inserito nella lotta al vertice a causa delle energie spese nell’ avventura
europea o che l’ Inter è ancora la squadra più forte ma è stata estromessa dal
titolo durante la gestione Gasperini, ma i numeri che abbiamo appena elencato
dimostrano che lo strapotere della squadra di Andrea Agnelli è stato eloquente.
Forse qualitativamente era inferiore ad altre compagini ma la grinta, il
coraggio, la coesione dimostrata dal gruppo è servita a superare ostacoli che
alcuni credevano insormontabili.
Questo però non deve essere visto
come un punto d’ arrivo ma come una nuova partenza per far ritornare grande la
Juventus anche in Europa (nell’ era post calciopoli i bianconeri hanno perso
circa 5 milioni di tifosi nel vecchio continente). Per fa ciò, credo, bisognerà
rinnovare in maniera adeguata una rosa che in ottica Champions League (nei
sorteggi dovrebbe essere inserita in terza fascia rischiando così un sorteggio
assai difficile) non pare ancora all’
altezza.
Kolarov, terzino del City e della nazionale serba
Partiamo dalla difesa:
prioritario il riscatto di Cacares (la duttilità dell’ uruguagio è stato un
valore aggiunto nel finale di stagione), fermo restando la conferma in toto del
blocco difensivo andrebbero effettuati almeno altri tre acquisti per aumentare
i petali della rosa a disposizione di mister Conte. Il terzino destro
portoghese Josè Bosingwa (non un fenomeno ma con la giusta esperienza
internazionale), libero a giugno a parametro zero, sarebbe un buon tassello
oltretutto a basso costo e un’ alternativa di valore per far rifiatare
Lichsteiner. Al centro , nonostante gli enormi progressi di Bonucci nell’ ultimo
periodo, punterei su un difensore giovane, forte fisicamente e di esperienza
come il tedesco Mats Hummels, colosso 24enne del Borussia Dortmund il cui
valore si aggira sui 15 milioni di euro. A sinistra invece, dove il solo De
Ceglie e Chiellini non bastano, l’ interprete perfetto sarebbe il serbo
Kolarov, ormai in esubero al City e con una clausola rescissoria di 15 milioni.
In porta invece, Buffon rimane intoccabile, definito l’ acquisto del giovane
Leali dal Brescia (l’ esperienza come secondo non potrebbe che fargli bene)
bisognerebbe piazzare Storari in modo da guadagnare un paio di milioni di euro
e risparmiare sull’ ingaggio.
Radja Nainggolan centrocampista del Cagliari
A centrocampo, fermo restando l’
intoccabilità del trio Pirlo-Marchisio-Vidal, tratterrei anche Padoin e
Giaccherini (sempre positivi quando chiamati in causa) oltre a Pepe e
Estigaribbia, ai quali aggiungerei un altro elemento che spicchi per duttilità
e forza fisica: Nainggolan del Cagliari e Isla dell’ Udinese i migliori (anche
perché alle due società si potrebbero dare in cambio anche contropartite
tecniche)
La questione più spinosa
resterebbe l’ attacco dove l’ arrivo di un top player farebbe la felicità dei
tifosi. Delle attuali punte confermerei solo Vucinic (pupillo di Conte) e Del
Piero (un altro anno per il capitano sarebbe un giusto atto di riconoscimento)
mentre cercherei immediatamente di piazzare sia Matri che Quagliarella per
prendere al loro posto una prima punta forte fisicamente e una seconda punta in
grado di realizzare almeno 15/20 gol a stagione e che possa agire anche come
terminale offensivo.
Drogba-Torres due su cui puntare ad occhi chiusi
L’occasione irripetibile sarebbe
quella di prendere Didier Drogba a parametro 0, l’ ivoriano nonostante le 34
primavere è ancora uno in grado di fare la differenza ed ha esperienza
internazionale da vendere. Al suo fianco farebbero faville uno tra Luis Suarez
del Liverpool (con 25/28 milioni si può intavolare una trattativa) e uno dei
giocatori, in prospettiva, più forti del calcio mondiale quel Neymar da tempo
accostato al Barcellona e al Real.