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giovedì 15 novembre 2012

NBA: THE SHOW ARE COMING



Pacific
Golden State Warriors compito arduo quello di Mark Jackson, terzo miglior assistman della storia di questo sport, coach del team giallo blu dallo scorso anno. La passata stagione, l’ eloquente 23 – 43 finale la dice lunga sulle qualità generali di questo team e per questa stagione il compito dell’ ex play di New York è sicuramente quello di avvicinarsi verso la soglia del 50% di vittorie. Materiale su cui lavorare ce n’è parecchio ma la scarsa esperienza della maggior parte del rooster e gli acciacchi fisici dei più esperti fanno dei Warriors una vera incognita. Quasi la metà dei giocatori è al massimo al secondo anno in Nba e nonostante alcuni giovani di sicuro interesse come l’ ex Tar Heels Harrison Barnes  (7° scelta assoluta del draft di quest’anno) o come il sophomore Klay Thompson (16 punti di media in questo inizio per l’ ex Washington State) il doversi confrontare con i mostri sacri della palla a spicchi è ben altra cosa rispetto al college basketball. Le stelle della squadra, oltre al giovane ma già leader Stephen Curry, dovrebbero essere i due nuovi arrivati: Richard Jefferson e Andrew Bogut. Il primo, guardia con molti punti nelle mani, sembra però aver perso la verve dei tempi dei Nets e, complici problemi fisici, viaggia all’ eloquente media di 4 punti a partita. Bogut, centro australiano ex prima scelta Nba nel 2005, arrivato a Oakland in cambio di ben tre giocatori (Ellis, Brown e Udoh) è sicuramente in grado di spostare gli equilibri (2.13 di altezza per 118 chili) ma viene da un serissimo infortunio alla caviglia e le sue condizioni fisiche destano ancora molta preoccupazione. Le aspettative non sono delle più rosee ma siamo certi che il pubblico dell’ Oracle Arena dovrebbe vedere la sua squadra migliorare il triste record della passata annata.
Los Angeles Lakers se dovessimo guardare questo terribile inizio di stagione (8 sconfitte su 8 in preseason e 5 sconfitte e 3 vittorie in campionato) che è costato la panchina a coach Mike Brown (anche se sostituire un guru come Phil Jackson non sarebbe facile per nessuno), le incertezze per designare il successore dell’ ex trainer dei Cavs (prima il possibile ritorno di Jackson, le pretese economiche di quest’ultimo ed infine la scelta di Mike D’Antoni) e le notevoli difficoltà per amalgamare nel gioco dei californiani i neo arrivati a LA dovrebbero dormire sonni tutt’altro che tranquilli.
Alla lunga invece i valori di questa squadra emergeranno ed allora sconfiggerli dovrebbe diventare impresa assai ardua. Poter presentare nello stesso istante, e con la mitica divisa giallo-viola sulle spalle, sul parquet campioni come Kobe Bryant, Metta Word Peace, Pau Gasol, Dwight Howard e Steve Nash è roba da far luccicare gli occhi e dar far pensare agli esperti che, nonostante un’età media altina, questo sia il team da battere. Le difficoltà ci sono perché far coesistere così tanti fenomeni (non dimentichiamoci che in panchina ci sono i vari Jamison, Blake, Duhon e Hill) non è semplice, ognuno di essi vorrebbe avere in mano il tiro decisivo e il compito assai arduo di limitare l’ egocentrismo di Bryant e soci spetterà al neo arrivato Mike D’Antoni. Dopo i complimenti ricevuti a Phoenix e gli “schiaffi” presi a New York, per l’ ex coach di Milano e Treviso è questo il momento di scrollarsi di dosso l’ abito del bello ma inconcludente per indossare finalmente i panni del vincitore. Se Steve Nash, autentica propagazione in campo dello spettacolare gioco dantoniano, dovesse reggere fisicamente ad una stagione logorante come quella Nba e se l’altro nuovo acquisto Dwight Howard (il più forte centro della Nba dai tempi di Shaq) avrà superato i numerosi problemi alla schiena probabilmente l’ anello tornerà ad ovest e la bacheca losangelina si impreziosirà del titolo numero 17.
Los Angeles Clippers una delle squadre meno vincenti della storia di questo sport ha finalmente voglia di far ricredere gli scettici dimostrando di poter competere per traguardi ambiziosi. Certo condividere la città e l’impianto di gioco con i Lakers, una delle franchigie più vincenti della storia, non dev’essere facile ma il progetto portato avanti da Donald Sterling è di quelli intriganti e già l’ anno scorso (sconfitta in semifinale di conference contro i San Antonio Spurs e miglior risultato della storia eguagliato) i primi frutti si sono visti. Confermato l’ asse portante della squadra (Paul, Griffin, Foye, Butler e DeAndre Jordan) e con il prossimo rientro dall’ infortunio del veterano Billups gli ex Buffalo Braves hanno puntellato la panchina rendendola una delle più profonde e meglio assortite della lega. I ritorni dei figliol prodighi Lamar Odom e Matt Barnes (entrambi cresciuti ai Clippers e poi esplosi con la divisa degli odiati cugini) e gli arrivi dell’ ex 76ers Willie Green e del sopraffino fromboliere Jamal Crawford aumentano esponenzialmente la pericolosità della compagine di coach Vinny Del Negro che è una serissima candidata per ripetere, se non migliorare, la splendida stagione passata.
Phoenix Suns prima Amare Stoudemire e adesso Steve Nash, i due simboli dei Suns di D’Antoni che facevano impazzire le difese di mezza Nba se ne sono andati lasciando un vuoto incolmabile nel cuore dell’ Arizona. A Kendall Marshall, 13° scelta al draft di quest’anno da North Carolina, e  a Goran Dragic, ritornato dopo un anno a Houston, il compito di rimpiazzare il funambolico play canadese. Altri colpi significativi del mercato di Phoenix sono l’ ex seconda scelta del draft 2008 Michael Beasly, arrivato nella lega come autentico crack ma, prima a Miami e poi a Minnesota, mai definitivamente esploso, il gaucho Louis Scola (scaricato letteralmente dopo un lustro in quel di Houston) e il logoro Jermaine O’Neal, sei volte All star ma ormai da troppo tempo lontano dagli splendidi tempi di Indiana. Materiale su cui lavorare per il povero Alvin Gentry non c’è né poi tanto e per rivedere i Suns allo post season ne dovrà passare di acqua sotto i ponti…
Sacramento Kings gli ex Rochester Royals poi diventati Cincinnati Royals, Kansas City King ed infine Sacramento Kings, una delle franchigie ad aver cambiato città e denominazione sociale più volte (oltre a ben 7 palazzetti diversi) anche quest’anno raccoglieranno ben poca gloria. I tempi di Webber, Divac, Bibby e company sembrano lontani anni luci e la lenta e difficoltosa rivoluzione costringerà i californiani a vedere dalla tv la post season. Per Keith Marshall, alla prima stagione dall’inizio come coach dei Kings, gli ostacoli saranno parecchi ma la possibilità di poter lavorare con un gruppo di giovani potrebbe rappresentare uno stimolo in più per insegnar loro il giusto modo per approcciarsi al campionato di basket più bello del mondo. I leader della squadra sono Tyreke Evans, 4° scelta al draft 2009 da Memphis, subito nominato rookie of the year e confermatosi poi con gli anni come signor realizzatore (18 punti di media in carriera), Isaiah Thomas (scelto l’ anno scorso alla posizione numero 60 del draft ma diventato fin da subito punto di riferimento) e l’ irascibile DeMarcus Cousin (centrone di 2.11 per 130 chili). Accanto ai tre tenori ben poca roba (Aaron Brooks, Travis Outlaw e John Salmons i più conosciuti)tanto che mi azzardo a dire che i manifesti comparsi per Sacramento in cui si diceva a gran voce “He We Rise” (è tempo di risorgere) dovranno essere rimessi nei cassetti per un bel po’ di tempo.  

venerdì 2 novembre 2012

NBA: THE SHOW ARE COMING



Southwest
Dallas Mavericks l’ epurazione voluta dal padre-padrone Mark Cuban ha smembrato la squadra che solo due anni or sono ha vinto il titolo. Di una delle squadre sorpresa degli ultimi decenni sono rimasti solo l’ asso Dirk Nowitzki e il sempreverde Shawn Marion (comunque le colonne portanti dei Mavs) mentre hanno abbandonato via via l’ American Airline Center gente come Chandler, Terry, Kidd e JJ Barea che con il loro apporto erano stati fondamentali per la conquista dell’ anello. Dopo la fallimentare stagione passata, dove assi del calibro di Lamar Odom (tornato a LA sponda Clippers) e di Vince Carter, confermato nonostante tutto, non avevano dato l’ apporto sperato (i Mavs infatti sono stati sconfitti 4-0 al primo turno dei play-off da Oklahoma)la rosa è stata notevolmente ringiovanita. L’ ex Memphis OJ Mayo e l’ ex Pacers Darren Collison, oltre ai tre rookies Cunnigham, Crowder e James (curiosa la sua storia visto che è entrato in Nba a 27 anni dopo un passato da sergente dell’ aeronautica e con parecchie missioni in Iraq e Kuwait) dovranno garantire quella freschezza, che amalgamata con l’ esperienza dei vari Brend, Kaman e Curry, porta a Dallas quel giusto mix di incoscienza e malizia che gli dovrebbe consentire un tranquillo approdo allo post season.
Houston Rockets  dopo anni di vana gloria, stagioni terminate sopra il 50% di vittorie ma play-off che parevano un miraggio, la dirigenza texana ha smembrato completamente la rosa (solo 3 i sopravvissuti dell’ ultimo anno). Dopo il colpo Jeremy Lin, arrivato a suon di milioni dopo essere diventato free agent, sui titoli di coda è sbarcato al Toyota Center nientemeno che “Il Barba”, quel James Harden miglior sesto uomo dell’ anno con gli Oklahoma Thunders. The Beard, giocatore in grado di spostare gli equilibri, insieme al fenomeno taiwanese, che con la nascita della Linsanity ha sconvolto il mondo della palla a spicchi a stelle e strisce, e al turco Omar Asik (strappato alle resistenze di Chicago) rappresenta la spina dorsale di una banda di ragazzini terribili dove il più esperto è l’ ex Fortitudo Bologna Carlos Delfino. Ben 11 giocatori infatti hanno al massimo 2 anni di esperienza nella lega e desta curiosità il terzetto di rookies composto dall’ ex trevigiano Motiejunas, da Royce White e Terrence Jones (tutti scelti al primo giro). Probabilmente raggiungere i play-off, vista la concorrenza che c’è a Ovest, sarà difficile  ma il futuro per i Rockets (24,1 l’età media) è sicuramente roseo.
Memphis Grizzlies solitamente si dice che non c’è il due senza il tre ed è per questo che al FedEx Forum tutti si aspettano un'altra stagione ampiamente positiva. Dopo una semifinale di conference (sconfitti a gara 7 dai Thunders) e un altro positivo turno di play-off contro i Clippers l’ anno scorso (eliminazione sempre a gara 7) nel Tennessee ci si aspetta quanto meno di eguagliare la stagione passata anche perché la squadra è sostanzialmente rimasta invariata. I pezzi da 90 come Randolph, Gay, Gasol e Conley non si sono mossi e l’ unico ad aver abbandonato la nave è stato Oj Mayo, direzione Dallas. Al posto dell’ ex prodotto di Southern California (compagno di squadra del senese Daniel Hackett) sono arrivati l’ ex Portland e Toronto Jerryd Bayless e il rookie Tony Wroten dai Washington Huskies, giocatori dal talento innato ma ancora acerbi ad alti livelli. Se questi due giovani prospetti garantiranno minuti di qualità allora per Memphis si prospetterà l’ ennesima stagione da sogno…
New Orleans Hornets   basterebbe un nome ed un cognome per racchiudere questa franchigia, anche perché in verità c’è poco altro da salvare. Anthony Davis, prima scelta al draft di quest’anno, è giocatore vero e futuro top player. Già nell’ ultima amichevole preseason ha dimostrato il suo valore (24 punti, 11 rimbalzi e 3 stoppate contro gli Heat) e se alternerà un rendimento costante sia difensivamente che in attacco allora alla New Orleans Arena ci sarà da divertirsi. Oltre al mitico ”monociglia” attenzione a Austin Rivers, scelto al numero 10 da Duke, figlio del coach di Boston e a Darius Miller, compagno di Davis  nei mitici Kentucky Wildcats, che dovrebbero rivelarsi due giovani alquanto interessanti. Il ritorno dall’ infortuno dell’ ex Clippers Eric Gordon e l’ arrivo da Orlando di Ryan Anderson forniscono la giusta esperienza per un gruppo pieno di talento ma ancora troppo acerbo per puntare in alto.
San Antonio Spurs grande squadra, grande tecnico, grandi individualità ma ripetere la stupenda stagione passata (almeno fino al filotto di 10 vittorie di fila nei playo-off) parrebbe alquanto arduo. L’ età, 101 anni, e gli acciacchi dei big three (Duncan, Parker e Ginobili) aumentano sempre di più e faticano quindi a sopportare il peso della squadra su vecchie e logore spalle, anche se signore spalle. Green, Leonard e Blair rappresentano la linfa vitale di questa squadra di vecchietti terribili, ai tre già citati aggiungiamo il veterano Stephen Jackson, il francese Boris Diaw e Matt Bonner, che sicuramente darà del filo da torcere a tutti ma troppo fragile (fisicamente si intende) per arrivare all’ atto finale. 

mercoledì 31 ottobre 2012

NBA: THE SHOW ARE COMING



Southeast
Atlanta Hawks la perdita di Joe Johnson è un duro colpo per le ambizioni di gloria dei georgiani ma un enorme guadagno per il salary cap degli uomini di Danny Ferry (presidente dal giugno 2012). L’ ala piccola di Little Rock, per 7 anni stella indiscussa della Philips Arena, è stata sostituita da Devin Harris (eterna promessa ma mai esploso definitivamente) e da Louis Williams proveniente dai 76ers. Anthony Morrow,  DeShawn Stevenson e Kyle Korver completano un reparto di esterni assai completo ma con pochi punti nelle mani.  Al Horford, il sempreverde Zaza Pachulia e il francese Petro sotto le plance sono ben poca roba per competere ad alti livelli ma se l’ ormai veterano Josh Smith dovesse ripetere i numeri della passata stagione (18.1 punti di media) per i ragazzi di Larry Drew (ex giocatore della Vis Pesaro a fine anni ’80) un posto tra le magnifiche otto dovrebbe essere sicuro.
Charlotte Bobcats probabilmente una delle peggiori franchigie della storia di questo sport. Fare peggio dell’ anno passato (7 vittorie e 59 sconfitte) vorrebbe dire sfiorare la fatidica quota 0, sicuramente non ci andranno lontano ma speriamo che riescano a limitare le figuracce (Michael Jordan come atleta resterà il più forte di sempre ma come presidente…). La seconda scelta assoluta Michael Kidd-Gilchrist da Kentucky è la stella di una squadra che può contare su Ben Gordon, ormai logoro ed in parabola discendente,  su Ramon Session, bocciato clamorosamente dai Lakers, e su poco altro. Per coach Micke Dunlap (alla prima esperienza come head coach) cavare ragni da un buco con giocatori come Biyombo, Desagana Diop, Brendan Haywood e compagnia sarebbe come trovare il santo graal…auguri!!!
Miami Heat Lebron James, Dwyane Wade, Chris Bosh e Ray Allen…basterebbero questi quattro nomi per rappresentare i campioni in carica. Difficilmente vorranno privarsi dell’ anello per darlo agli odiati nemici dei Lakers e sicuramente hanno tutte le carte in regola per provare uno splendido bis. Ai big three (Wade-James-Bosh)sono stati aggiunti un campione assoluto come Ray Allen e un eccellente tiratore come l’ ex Orlando Rashard Lewis. “He got Game”, 2561 canestri da 3 in carriera, è quel giocatore che, entrando dalla panchina, potrà prendersi responsabilità di tiro togliendo la pressione dalle mani di “The Chosen One”  e regalando cosi a coach Spoelstra  nuove alternative per arrivare a canestro. Due le incognite de “El Heat”: la prima le precarie condizioni fisiche dei suoi campioni e la seconda un reparto lunghi (anche se Il Prescelto può giocare anche da centro) non eccelso. I vari Joel Anthony, Mike Miller, Udonis Haslem e Dexter Pittman non sono fulmini di guerra e compensano con la grinta e l’attenzione difensiva lacune d’attacco significative. Senza incidenti di percorso non dovrebbero aver problemi per vincere agevolmente la propria metà di tabellone, Derrek Rose permettendo…
Orlando Magic la perdita di un campione come Dwight Howard è difficile da digerire per chiunque figuriamoci per una compagine che oltre a Superman non aveva molto da offrire. Quest’anno tutto ruoterà sulle spalle, tra l’ altro non molto sicure, di Jameer Nelson potenziale da campione ma troppo discontinuo. Nell’ intricatissima trade che ha portato Howard ai Lakers sono arrivati, via Denver, Al Harrington, Arron Afflalo e l’ ex Philadelphia Vucevic mentre ha lasciato la Florida Quentin Richardson, diventato free agent dopo aver totalmente deluso il pubblico dell’ Amway Center. Resta da capire se questo sarà l’ anno della consacrazione per Glen Davis e JJ Reddik o se veleggeranno verso la mediocrità lasciando andare alla deriva una squadra comunque, nel complesso, male assortita…
Washington Wizard fare i play-off sarebbe un autentica chimera, fare meglio della stagione passata (20 vittorie-46 sconfitte) è l’ obbiettivo minimo per evitare queste continue brutte figure. John Wall, ex prima scelta al draft 2010, sembra finalmente pronto per vestire i panni di leader e migliorare ulteriormente le sue già buone statistiche. Accanto al talento di Kentucky ecco Bradley Beal, terza scelta al draft di quest’anno, insieme a Trevor Ariza, giocatore con tanti punti nelle mani. Interessante anche la coppia sotto canestre formata dal brasiliano Nenè e dall’ eterna promessa Emeka Okafor (probabilmente è realmente scarso visto che sono 8 anni che gira franchigie Nba). La qualità della panchina è veramente poca (Jordan Crawford, Martell Webster e poco altro) e con sette/otto giocatori decenti nel rooster non si va lontano…

martedì 30 ottobre 2012

NBA: THE SHOW ARE COMING



Central:

Chicago Bulls da quasi favoriti per vincere il titolo 2012, miglior record prima dei play-off, all’ eliminazione al primo turno e tutto nello spazio di un secondo, quel secondo fatale al ginocchio della loro stella Derrik Rose. Un crack che ha distrutto i legamenti dell’ ex leader dei Memphis Tigers e che probabilmente distruggerà, anche per quest’ anno, i sogni di gloria dei leggendari Bulls. Senza Rose per un periodo di tempo ancora indeterminato, la squadra di coach Thibodeau perde almeno il 70% della sua efficacia e se la post season dovrebbe comunque arrivare, per tornare ai tempi felici di Jordan e compagni bisognerà aspettare il pieno recupero fisico del Mvp della stagione 2010/11.
Quintetto pressoché invariato con la conferma di Boozer, Deng, Noah e Hamilton, i cambiamenti sono avvenuti  invece a livello di panchina dove il rooster è stato ulteriormente allungato. Tra i numerosi volti nuovi potrebbero diventare pedine importanti per lo scacchiere dei Tori il nostro Marco Belinelli (alla quarta squadra Nba), lo specialista dei tiri da tre Kirk Hinrich (tornato finalmente a casa dopo due anni di lontananza), il play tascabile Nate Robinson e l’ ex Lakers Vladimir Radmanovic. Se Rose tornerà in piena efficienza verso marzo/aprile ne vedremo  delle belle e la leadership indiscussa di Miami potrebbe anche essere messa in discussione.
Cleveland Cavaliers probabilmente la squadra materasso dell’ intera Lega. 40 vittorie e 108 sconfitte nell’ era post Lebron già la dicono lunga sulle potenzialità di questa squadra che, dall’ addio del suo campione, sembra essere entrata in un tunnel negativo senza fine. Quest’ anno la squadra è giovanissima, quasi la metà dei giocatori sotto contratto sono infatti rookie o sophomore con i soli Walton, Varejao e CJ Miles a far da chiocce a un gruppo di autentici ragazzini. Kyrie Irving, prima scelta al draft dell’ anno scorso e rookie of the year, insieme al prodotto di Syracuse Dion Waiters e all’ ex North Carolina University Tyler Zeller (scelti quest’anno al draft al numero 4 e 17) dovranno dare linfa vitale ad una squadra destinata a togliersi ben poche soddisfazioni.
Detroit Pistons  sembra passati secoli dal quel 2004 quando i Pistons di Hamilton, di Sheed e Ben Wallace e di Billups vinsero il terzo titolo della storia della franchigia demolendo in finale i Laker di Kobe Bryant. Di quella squadra, capitanata da un guru della panchina come Larry Brown, è rimasto il solo Tayshaun Prince che ora ha il compito di essere il punto di riferimento per i giovani compagni. Jason Maxiell, Charlie Villanueva, Rodney Stuckey e l’ ultima arrivato Corey Maggette (scambiato con il deludente Ben Gordon) costituiscono la spina dorsale del team del Michigan. L’ arrivo dei rookie Andrè Drummond, Khris Middleton e Kyle Singer garantisce anche quella freschezza e dinamicità che dovrebbero permettere a Detroit di lottare fino all’ ultimo per l’ ottavo posto valevole per l’ accesso ai play-off.
Indiana Pacers  di solito si dice: squadra che vince non si cambia e cosi i Pacers hanno deciso di cambiare poco, anzi pochissimo della formazione che la passata stagione è stata eliminata alle semifinali di conference dai campioni di Miami. Il quintetto con Hill, George, Granger, West e Hibbert è super collaudato ed in più sono arrivati giocatori affidabili come DJ Augustin, Sam Young e Gerald Green. Desta curiosità la possibilità di veder schierati i due fratelli Hansbrough (Tyler ed il neo arrivato Ben) nello stesso istante sul parquet. Team solido e con la concreta possibilità di ritagliarsi sogni di gloria…
Milwaukee Bucks la franchigia del Wisconsin è appoggiata tutta sulle spalle di Brandon Jennings. L’ ex Virtus Roma, che in Europa aveva destato non poche perplessità, oltre oceano è diventato giocatore affermato e viaggia a quasi 17 punti di media in carriera. Accanto al folletto di Compton sta crescendo una squadra giovane e intraprendente. Monta Ellis è realizzatore di prim’ordine, il camerunense Mbah a Moute e il turco Ilyasova sono chiamati a confermarsi dopo la crescita degli ultimi anni mentre sotto le plance sarà interessante vedere i progressi del giovane John Henson (uscito quest’anno da North Carolina) con due chiocce come Drew Gooden e Samuel Dalambert al suo fianco. La sorpresa potrebbe essere costituita da Doron Lamb, protagonista della vittoria Ncaa di Kentucky ma scelto solo con il numero 42, già molto positivo nelle esibizioni di preseason e vera arma in più nello scacchiere tattico di coach Skiles.