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venerdì 14 dicembre 2012

SPORT & COMUNICAZIONE: IL CALCIO AL TEMPO DEL WEB 2.0



Una volta si aspettava in grazia la conferenza stampa del fine settimana per avere informazioni su chi avrebbe giocato, sul recupero degli infortunati e su chi più ne ha ne metta…adesso invece sono direttamente i giocatori, con i loro super tecnologici cellulari (Iphone, Ipad, Tablet e via dicendo) a postare le notizie sulle loro condizioni di salute, su che cosa hanno mangiato o su che cosa hanno visto in televisione.
Fino a qualche decennio fa l’ormai obsoleta macchina da scrivere era considerata un non plus ultra della comunicazione, poi pian piano i cellulari hanno dimezzato le distanze, i computer e internet poi hanno fatto il resto.  Dal calamaio si è pian piano passati alle penne a sfera, alle tastiere e per finire ai tweet (letteralmente cinguettii). Twittare, taggare, postare sono diventati neologismi indispensabili da conoscere perché oggigiorno per avere notizie “fresche” bisogna essere sempre sul pezzo.
In Italia ci sono più di 500 calciatori tesserati per società di Serie A e ben un terzo di questi ha un account su Twitter. Circa 180 di loro infatti hanno un profilo attivo, non tutti però sono gestiti direttamente dal calciatore (diciamo che il 10/15% di essi è stato attivato da fans o presunti emulatori) mentre altri professionisti del pallone si sono rivolti ai cosiddetti social media manager per poter aggiornare al meglio i contenuti della propria pagina.
Le squadre di serie A che la fanno da padrone sotto questo punto di vista sono sicuramente i campioni d’Italia della Juve (da @ClaMarchisio8 a @chiellini passando per i vari @pepigno7 e @Asabob20 sono ben 18 i giocatori bianconeri ad essere attivi sul noto social network dei cinguettii) tallonati a stretto giro di posta dai rivali dell’ Inter (dal famigerato @sneijder101010 a @GarganoOfficial passando per @ricky11alvarez e @fguarin13 sono ben 17 i nerazzurri in rete) e dal Milan (@oficialrobinho, @KPBofficial, @BoKrkic sono alcuni dei 15 rossoneri on line). Si difendono bene anche Napoli (@ECavaniofficial, @ValonBera, @eduvargas_17 sono alcuni dei 13 profili dei partenopei), Parma (@sot_ninis, @MassiGo18, @MIRANTE83 sono 3 degli 11 ducali che rispondono presente) e il sorprendente Catania (@ChicoRicchiuti, @morimototaka, @cirocapuano33 fanno parte di una ricca pattuglia comprendente ben 14 giocatori). Pollice verso invece per la Lazio (@ederson10_fut, @MAUZ10, @Stefano_Mauri, @cianimichael e @LSP39 gli unici account ufficiali dei biancocelesti) e per i cugini romanisti (@aleflorenzi, @Coco_Lamela, @danistone25, @l_castan coloro che rispondono presente), nelle restanti squadre abbiamo una media di 7/8 profili per rosa.
Parlando invece di calciatori singoli e non di squadre il giocatore che milita nel nostro campionato ad avere più followers è l’olandese Wesley Sneijder che supera abbondantemente il milione di fans (forse anche a causa dell’ eco mediatico dei suoi tweet?) seguito da Robinho (660 mila followers) e da Giorgio Chiellini (660 mila anche per il livornese). Buoni risultati anche per due patiti degli uccellii come i rossoneri Bojan Krkic e KP Boateng che raggiungo i 400 mila followers ciascuno. Le vere sorprese di questa indagine potrebbero essere l’ oggetto misterioso del Napoli Bruno Uvini (@brunouvini_34) ben 120 mila persone che lo seguono, la spuntata punta del Siena Ze Eduardo (@Ze_Love) che nonostante segni col contagocchie ha ben 264 mila fans dalla sua parte e il metronomo del centro campo viola Borja Valero (@bvalero20) che ha dalla sua più di 160 mila tifosi. A far da contraltare ai più seguiti troviamo il povero Giuseppe Bellusci (@peppe_ele) difensore del Catania con 327 amici, Gianluca Musacci del Parma né ha invece ben 335, i due pescaresi Balzano e Capuano (@balzano_antonio; @MarcoCapuano14) arrivano a sfiorare i 600…per alcuni di noi potrebbero essere comunque tanti ma basta pensare a tal Cristiano Ronaldo (@Cristiano) che di followers ne ha quasi 15 milioni o a Rihanna (@rihanna) che arriva a 27 milioni per capire comunque che il bacino d’utenza nazionale è infinitamente minuscolo rispetto al mondo degli internauti (@JuventusFc ha 350 mila followers contro i 7,5 milioni di @FcBarcelona tanto per farci capire).
Twitter però è diventato nel tempo non solo strumento per avvicinare i tifosi e gli appassionati ai propri idoli sportivi ma anche fonte di screzi tra i suddetti professionisti dello sport e le società o federazioni. Sulla bocca di tutti infatti sono i battibecchi tra @sneijder101010 e la società con svariate multe da parte di Moratti e company e addirittura l’ obbligo per l’ olandese di non comunicare più attraverso il social. Anche il congolese Mudingayi ha dovuto pagare i 10000 euro di multa datigli dai vertici nerazzurri per un tweet non autorizzato sulle sue condizioni fisiche, stesso discorso per il colombiano dell’ Udinese Muriel che più volte ha dichiarato di essere pronto per il rientro salvo poi essere prontamente smentito da società e staff medico friulano. All’ estero eclatanti i casi del veterano Nba Stephen Jackson che per aver minacciato il collega Ibaka s’è visto appioppare 25 mila dollari di multa. Ma il paese meno intransigente in fatto di tweet è sicuramente l’ Inghilterra, i commenti in favore di John Terry (punito dalla FA per razzismo) sono costati a Ashley Cole ben 90 mila sterline, un tweet razzista di Rio Ferdinand invece è stato punito con 45 mila sterline di ammenda, mentre l’ italiano Federico Macheda se l’è cavata con “sole” 15 mila sterline per una frase anti gay.
In un mondo cibernetico in cui si possono contare più di 500 milioni di iscritti (dalla Papua Nuova Guinea al Lussemburgo passando per Iran e Santo Domingo) ci rendiamo conto che l’ eco di un tweet può essere udito ad una distanza infinitamente maggiore rispetto alle dichiarazioni rilasciate sulla vecchia e cara carta stampata e se anche Papa Benedetto XVI ha deciso di aprire un account ufficiale, @Pontifex il nome, siamo sempre più convinti che questo diventerà, se non l’unico, il nuovo modo per informarsi…what’s happening? (lo slogan del microblogging più famoso del mondo) sembrerebbe calzare a pennello.  

martedì 11 dicembre 2012

L' ANGOLO DEI BIDONI: ZORAN BAN, IL SOSIA SBIADITO DI BOKSIC


Ban in una rara immagine in bianconero

Croato di Fiume, classe 1973, esplode precocemente con il club della sua città natale: l’ Hrvatski Nogometni Klub Rijeka squadra che militava nell’ allora Prva Hnl o T-com League (il campionato croato). Dopo tre stagioni con i colori bianco azzurri, anni nei quali diventa un idolo de l’ “Armada” cioè il gruppo ultras che gremisce le tribune dello stadio Kantrida nel quartiere di Borgomarina, viene acquistato a sorpresa dalla Juventus. Scoperto da Franco Landri, ex arcigno difensore di Milan e Palermo nativo di Gorizia, durante un derby contro la Dinamo Zagabria nel quale realizzò una doppietta decisiva, fu letteralmente scippato alla corte serrata dell’ Atletico Madrid e così a soli diciannove anni venne catapultato nel regno sabaudo.
A Torino gli fu data una casa in centro e una fiat cinquecento e per lui, scappato da un paese dilaniato da una guerra interna fratricida, poter uscire con la fidanzata per andare al cinema e girare liberamente per le vie della città equivaleva a toccare il cielo con un dito.  
Il cielo però probabilmente era troppo lontano e i suoi sogni di gloria svaniscono in brevissimo tempo. Arrivato con la nomea di essere il sosia di Alain Boksic, che all’ epoca segnava gol a grappoli nell’ Olympique Marsiglia, con il possente centravanti croato aveva in comune solo la nazionalità e il colore dei capelli. Giovanni Trapattoni, alla sua ultima stagione con la compagine bianconera, capisce subito gli enormi limiti del gigante di Fiume e lo manda in campo in campionato solo due volte (contro Lecce e Genoa). Se aggiungiamo a questi due scampoli di gara una presenza in Coppa Italia contro il Venezia e tre in Uefa (contro Lokomotiv Mosca, Kongsvinger e Cagliari) terminiamo la breve ma intensa parentesi bianconera nella storia calcistica del povero 
Zoran.
Boksic, idolo del povero Zoran
Finiscono cosi, a soli vent’anni, le prospettive di una carriera di vertice ma non quelle di una lunga e, a suo modo, brillante vita calcistica. Nel 1994-95 veste il bianco blu del Club De Futebol Os Belanenses la terza squadra della capitale lusitana. A Lisbona rimane una sola stagione e il pubblico dell’ “Estadio de Restelo” lo vede gonfiare la rete avversaria in due sole occasioni (in nove presenze totali).
Nonostante questa sua apatia al gol viene acquistato, per l’anno successivo, dal ben più prestigioso Boavista (l’ unica squadra, nel 2000-01, capace di conquistare la Primeira Liga spezzando cosi il lunghissimo triunvirato di Benfica, Sporting e Porto). Con la polisportiva di Oporto (seconda città del Portogallo per importanza), compagine fondata nel 1903  e comprendente svariati sport tra cui la ginnastica, il ciclismo, la pallavolo e gli scacchi, segna quattro reti in sedici presenze. L’ amore con le “pantere” (il soprannome della formazione della capitale del nord) però ha vita breve e il richiamo per la nostra patria è troppo forte. Nel 1996-97 decide infatti di accettare la corte del Pescara e scender così in Serie B. Anche in riva all’ Adriatico le soddisfazioni sono ben poche e l’ allenatore Delio Rossi non lo considera affatto. Con la maglia dei delfini scende in campo solo nove volte segnando un inutile rete nell’ ultima giornata di campionato contro il Padova. Sfruttando il famoso detto si chiude una porta si apre un portone, per Zoran inizia una nuova e proficua carriera nella non trascendentale Jupiler League. In Belgio rimane infatti ben sette anni (con tre maglia diverse) e conquista qui anche il suo unico trofeo.
Ban con la maglia del Mons
Nelle prime due stagioni gioca con il Royal Excelsior Mouscron, squadra neo promossa nella massima categoria belga. Nella squadra, nata nel 1964 dalla fusione tra lo Stade Mouscron e l’ A.R.A. Mouscron, della città della Vallonia si comporta egregiamente siglando ben 20 reti in 40 presenze formando un invidiabile tandem d’ attacco con il congolese Mbo Jerome Mpenza e prendendo, nel cuore dei tifosi e in campo, il posto di Emile Mpenza, il fratello più giovane che si era trasferito al ben più prestigioso Standard  Liegi.
Nel 1999 abbandona Les Frontaliers (i confinanti) per vestire la casacca del sorprendente Genk. Il Koninklijke Racing Club Genk infatti aveva appena conquistato il titolo belga davanti al Brugge e all’ Anderlecht appena due anni dopo essere stato promosso dalla Tweede klasse (la nostra serie B) e avrebbe anche disputato i preliminari di Champions League.
L’ avventura nella massima competizione europea ebbe però vita breve perché la squadra delle fiandre venne eliminata immediatamente al primo turno preliminare dai non irresistibili sloveni del Maribor (che poi terminarono ultimi il loro girone) ma la stagione per Marc Hendrikx e compagni non si rivelò avara di successi. Nonostante un deludente ottavo posto in campionato Zoran Ban trascinò la squadra alla conquista della coppa Nazionale con una splendida prestazione nella finale vinta per 4 a 1 contro gli acerrimi rivali dello Standard. Il croato rimane in bianco blu ancora un'altra stagione dove gioca insieme a Zokora, nazionale ivoriano ex Siviglia, a Joey Guõjonsson, islandese ex di Betis e Aston Villa, e al brasiliano Ivan De Camargo. La squadra però non decolla e arriva solo un undicesimo posto in campionato che costringe il buon Ban a preparare le valige (11 reti in 36 gare complessive) per far ritorno nella cara e vecchia Mouscron. 
Beloufa, compagno al Mousrcon ed ex metera del Milan
Nella squadra che ne aveva visto la rinascita calcistica rimane per altri due anni facendo anche in tempo a giocare con una meteora milanista: il difensore franco-algerino Samir Beloufa e a segnare ancora una decina di reti. Nel 2003-04 si trasferisce, ultima tappa del suo tour nelle fiandre, al Royal Albert-Elizabeth Club de Mons, club dell’ omonima cittadina capoluogo dell’ Hainault. Con la maglia dei dragoni scende sul rettangolo verde per venti volte andando a segno in cinque occasioni e dividendo lo spogliatoio con un buon nucleo di italiani andati a svernare nella Jupiler League: Alberto Malusci, Roberto Mirri e Alessio Scarchilli.
La nostalgia per il primo amore, l’ Italia, è però troppo forte e Zoran decide di concludere la sua ultra decennale carriera da professionista nei nostri campionati, una conclusione in verità non troppo felice. Nel 2004-05 viene infatti ingaggiato dal Foggia, appena rinato, dopo il fallimento, per merito del presidente Giuseppe Cocciamiglio, per disputare l’ allora serie C1. I suoi compagni d’ attacco erano due vecchie volpi come l’ ex Milan Giovanni Stroppa e il brasiliano naturalizzato belga Lulù Oliveira ma lui, come per uno strano segno del destino, torna quel lento e impacciato centravanti che i tifosi italiani avevano imparato a conoscere a Torino e Pescara. Il principe Giannini, allenatore dei rosso-neri, lo utilizza col contagocce e così Ban disputa soltanto cinque gare (con due reti realizzate) prima di dire definitivamente addio al calcio giocato.
Conosciuto più per la sua somiglianza con il grande Boksic che per le sue abilità calcistiche, come il connazionale era grande e grosso, una corsa esplosiva e un viso intagliato nel legno. L’ espressione  sempre  identica e i tratti scolpiti con l’ ascia, purtroppo con l’ ascia gli avevano fatto anche i piedi che parevano quello del buon Pinocchio…    

giovedì 15 novembre 2012

NBA: THE SHOW ARE COMING



Pacific
Golden State Warriors compito arduo quello di Mark Jackson, terzo miglior assistman della storia di questo sport, coach del team giallo blu dallo scorso anno. La passata stagione, l’ eloquente 23 – 43 finale la dice lunga sulle qualità generali di questo team e per questa stagione il compito dell’ ex play di New York è sicuramente quello di avvicinarsi verso la soglia del 50% di vittorie. Materiale su cui lavorare ce n’è parecchio ma la scarsa esperienza della maggior parte del rooster e gli acciacchi fisici dei più esperti fanno dei Warriors una vera incognita. Quasi la metà dei giocatori è al massimo al secondo anno in Nba e nonostante alcuni giovani di sicuro interesse come l’ ex Tar Heels Harrison Barnes  (7° scelta assoluta del draft di quest’anno) o come il sophomore Klay Thompson (16 punti di media in questo inizio per l’ ex Washington State) il doversi confrontare con i mostri sacri della palla a spicchi è ben altra cosa rispetto al college basketball. Le stelle della squadra, oltre al giovane ma già leader Stephen Curry, dovrebbero essere i due nuovi arrivati: Richard Jefferson e Andrew Bogut. Il primo, guardia con molti punti nelle mani, sembra però aver perso la verve dei tempi dei Nets e, complici problemi fisici, viaggia all’ eloquente media di 4 punti a partita. Bogut, centro australiano ex prima scelta Nba nel 2005, arrivato a Oakland in cambio di ben tre giocatori (Ellis, Brown e Udoh) è sicuramente in grado di spostare gli equilibri (2.13 di altezza per 118 chili) ma viene da un serissimo infortunio alla caviglia e le sue condizioni fisiche destano ancora molta preoccupazione. Le aspettative non sono delle più rosee ma siamo certi che il pubblico dell’ Oracle Arena dovrebbe vedere la sua squadra migliorare il triste record della passata annata.
Los Angeles Lakers se dovessimo guardare questo terribile inizio di stagione (8 sconfitte su 8 in preseason e 5 sconfitte e 3 vittorie in campionato) che è costato la panchina a coach Mike Brown (anche se sostituire un guru come Phil Jackson non sarebbe facile per nessuno), le incertezze per designare il successore dell’ ex trainer dei Cavs (prima il possibile ritorno di Jackson, le pretese economiche di quest’ultimo ed infine la scelta di Mike D’Antoni) e le notevoli difficoltà per amalgamare nel gioco dei californiani i neo arrivati a LA dovrebbero dormire sonni tutt’altro che tranquilli.
Alla lunga invece i valori di questa squadra emergeranno ed allora sconfiggerli dovrebbe diventare impresa assai ardua. Poter presentare nello stesso istante, e con la mitica divisa giallo-viola sulle spalle, sul parquet campioni come Kobe Bryant, Metta Word Peace, Pau Gasol, Dwight Howard e Steve Nash è roba da far luccicare gli occhi e dar far pensare agli esperti che, nonostante un’età media altina, questo sia il team da battere. Le difficoltà ci sono perché far coesistere così tanti fenomeni (non dimentichiamoci che in panchina ci sono i vari Jamison, Blake, Duhon e Hill) non è semplice, ognuno di essi vorrebbe avere in mano il tiro decisivo e il compito assai arduo di limitare l’ egocentrismo di Bryant e soci spetterà al neo arrivato Mike D’Antoni. Dopo i complimenti ricevuti a Phoenix e gli “schiaffi” presi a New York, per l’ ex coach di Milano e Treviso è questo il momento di scrollarsi di dosso l’ abito del bello ma inconcludente per indossare finalmente i panni del vincitore. Se Steve Nash, autentica propagazione in campo dello spettacolare gioco dantoniano, dovesse reggere fisicamente ad una stagione logorante come quella Nba e se l’altro nuovo acquisto Dwight Howard (il più forte centro della Nba dai tempi di Shaq) avrà superato i numerosi problemi alla schiena probabilmente l’ anello tornerà ad ovest e la bacheca losangelina si impreziosirà del titolo numero 17.
Los Angeles Clippers una delle squadre meno vincenti della storia di questo sport ha finalmente voglia di far ricredere gli scettici dimostrando di poter competere per traguardi ambiziosi. Certo condividere la città e l’impianto di gioco con i Lakers, una delle franchigie più vincenti della storia, non dev’essere facile ma il progetto portato avanti da Donald Sterling è di quelli intriganti e già l’ anno scorso (sconfitta in semifinale di conference contro i San Antonio Spurs e miglior risultato della storia eguagliato) i primi frutti si sono visti. Confermato l’ asse portante della squadra (Paul, Griffin, Foye, Butler e DeAndre Jordan) e con il prossimo rientro dall’ infortunio del veterano Billups gli ex Buffalo Braves hanno puntellato la panchina rendendola una delle più profonde e meglio assortite della lega. I ritorni dei figliol prodighi Lamar Odom e Matt Barnes (entrambi cresciuti ai Clippers e poi esplosi con la divisa degli odiati cugini) e gli arrivi dell’ ex 76ers Willie Green e del sopraffino fromboliere Jamal Crawford aumentano esponenzialmente la pericolosità della compagine di coach Vinny Del Negro che è una serissima candidata per ripetere, se non migliorare, la splendida stagione passata.
Phoenix Suns prima Amare Stoudemire e adesso Steve Nash, i due simboli dei Suns di D’Antoni che facevano impazzire le difese di mezza Nba se ne sono andati lasciando un vuoto incolmabile nel cuore dell’ Arizona. A Kendall Marshall, 13° scelta al draft di quest’anno da North Carolina, e  a Goran Dragic, ritornato dopo un anno a Houston, il compito di rimpiazzare il funambolico play canadese. Altri colpi significativi del mercato di Phoenix sono l’ ex seconda scelta del draft 2008 Michael Beasly, arrivato nella lega come autentico crack ma, prima a Miami e poi a Minnesota, mai definitivamente esploso, il gaucho Louis Scola (scaricato letteralmente dopo un lustro in quel di Houston) e il logoro Jermaine O’Neal, sei volte All star ma ormai da troppo tempo lontano dagli splendidi tempi di Indiana. Materiale su cui lavorare per il povero Alvin Gentry non c’è né poi tanto e per rivedere i Suns allo post season ne dovrà passare di acqua sotto i ponti…
Sacramento Kings gli ex Rochester Royals poi diventati Cincinnati Royals, Kansas City King ed infine Sacramento Kings, una delle franchigie ad aver cambiato città e denominazione sociale più volte (oltre a ben 7 palazzetti diversi) anche quest’anno raccoglieranno ben poca gloria. I tempi di Webber, Divac, Bibby e company sembrano lontani anni luci e la lenta e difficoltosa rivoluzione costringerà i californiani a vedere dalla tv la post season. Per Keith Marshall, alla prima stagione dall’inizio come coach dei Kings, gli ostacoli saranno parecchi ma la possibilità di poter lavorare con un gruppo di giovani potrebbe rappresentare uno stimolo in più per insegnar loro il giusto modo per approcciarsi al campionato di basket più bello del mondo. I leader della squadra sono Tyreke Evans, 4° scelta al draft 2009 da Memphis, subito nominato rookie of the year e confermatosi poi con gli anni come signor realizzatore (18 punti di media in carriera), Isaiah Thomas (scelto l’ anno scorso alla posizione numero 60 del draft ma diventato fin da subito punto di riferimento) e l’ irascibile DeMarcus Cousin (centrone di 2.11 per 130 chili). Accanto ai tre tenori ben poca roba (Aaron Brooks, Travis Outlaw e John Salmons i più conosciuti)tanto che mi azzardo a dire che i manifesti comparsi per Sacramento in cui si diceva a gran voce “He We Rise” (è tempo di risorgere) dovranno essere rimessi nei cassetti per un bel po’ di tempo.  

venerdì 2 novembre 2012

NBA: THE SHOW ARE COMING



Southwest
Dallas Mavericks l’ epurazione voluta dal padre-padrone Mark Cuban ha smembrato la squadra che solo due anni or sono ha vinto il titolo. Di una delle squadre sorpresa degli ultimi decenni sono rimasti solo l’ asso Dirk Nowitzki e il sempreverde Shawn Marion (comunque le colonne portanti dei Mavs) mentre hanno abbandonato via via l’ American Airline Center gente come Chandler, Terry, Kidd e JJ Barea che con il loro apporto erano stati fondamentali per la conquista dell’ anello. Dopo la fallimentare stagione passata, dove assi del calibro di Lamar Odom (tornato a LA sponda Clippers) e di Vince Carter, confermato nonostante tutto, non avevano dato l’ apporto sperato (i Mavs infatti sono stati sconfitti 4-0 al primo turno dei play-off da Oklahoma)la rosa è stata notevolmente ringiovanita. L’ ex Memphis OJ Mayo e l’ ex Pacers Darren Collison, oltre ai tre rookies Cunnigham, Crowder e James (curiosa la sua storia visto che è entrato in Nba a 27 anni dopo un passato da sergente dell’ aeronautica e con parecchie missioni in Iraq e Kuwait) dovranno garantire quella freschezza, che amalgamata con l’ esperienza dei vari Brend, Kaman e Curry, porta a Dallas quel giusto mix di incoscienza e malizia che gli dovrebbe consentire un tranquillo approdo allo post season.
Houston Rockets  dopo anni di vana gloria, stagioni terminate sopra il 50% di vittorie ma play-off che parevano un miraggio, la dirigenza texana ha smembrato completamente la rosa (solo 3 i sopravvissuti dell’ ultimo anno). Dopo il colpo Jeremy Lin, arrivato a suon di milioni dopo essere diventato free agent, sui titoli di coda è sbarcato al Toyota Center nientemeno che “Il Barba”, quel James Harden miglior sesto uomo dell’ anno con gli Oklahoma Thunders. The Beard, giocatore in grado di spostare gli equilibri, insieme al fenomeno taiwanese, che con la nascita della Linsanity ha sconvolto il mondo della palla a spicchi a stelle e strisce, e al turco Omar Asik (strappato alle resistenze di Chicago) rappresenta la spina dorsale di una banda di ragazzini terribili dove il più esperto è l’ ex Fortitudo Bologna Carlos Delfino. Ben 11 giocatori infatti hanno al massimo 2 anni di esperienza nella lega e desta curiosità il terzetto di rookies composto dall’ ex trevigiano Motiejunas, da Royce White e Terrence Jones (tutti scelti al primo giro). Probabilmente raggiungere i play-off, vista la concorrenza che c’è a Ovest, sarà difficile  ma il futuro per i Rockets (24,1 l’età media) è sicuramente roseo.
Memphis Grizzlies solitamente si dice che non c’è il due senza il tre ed è per questo che al FedEx Forum tutti si aspettano un'altra stagione ampiamente positiva. Dopo una semifinale di conference (sconfitti a gara 7 dai Thunders) e un altro positivo turno di play-off contro i Clippers l’ anno scorso (eliminazione sempre a gara 7) nel Tennessee ci si aspetta quanto meno di eguagliare la stagione passata anche perché la squadra è sostanzialmente rimasta invariata. I pezzi da 90 come Randolph, Gay, Gasol e Conley non si sono mossi e l’ unico ad aver abbandonato la nave è stato Oj Mayo, direzione Dallas. Al posto dell’ ex prodotto di Southern California (compagno di squadra del senese Daniel Hackett) sono arrivati l’ ex Portland e Toronto Jerryd Bayless e il rookie Tony Wroten dai Washington Huskies, giocatori dal talento innato ma ancora acerbi ad alti livelli. Se questi due giovani prospetti garantiranno minuti di qualità allora per Memphis si prospetterà l’ ennesima stagione da sogno…
New Orleans Hornets   basterebbe un nome ed un cognome per racchiudere questa franchigia, anche perché in verità c’è poco altro da salvare. Anthony Davis, prima scelta al draft di quest’anno, è giocatore vero e futuro top player. Già nell’ ultima amichevole preseason ha dimostrato il suo valore (24 punti, 11 rimbalzi e 3 stoppate contro gli Heat) e se alternerà un rendimento costante sia difensivamente che in attacco allora alla New Orleans Arena ci sarà da divertirsi. Oltre al mitico ”monociglia” attenzione a Austin Rivers, scelto al numero 10 da Duke, figlio del coach di Boston e a Darius Miller, compagno di Davis  nei mitici Kentucky Wildcats, che dovrebbero rivelarsi due giovani alquanto interessanti. Il ritorno dall’ infortuno dell’ ex Clippers Eric Gordon e l’ arrivo da Orlando di Ryan Anderson forniscono la giusta esperienza per un gruppo pieno di talento ma ancora troppo acerbo per puntare in alto.
San Antonio Spurs grande squadra, grande tecnico, grandi individualità ma ripetere la stupenda stagione passata (almeno fino al filotto di 10 vittorie di fila nei playo-off) parrebbe alquanto arduo. L’ età, 101 anni, e gli acciacchi dei big three (Duncan, Parker e Ginobili) aumentano sempre di più e faticano quindi a sopportare il peso della squadra su vecchie e logore spalle, anche se signore spalle. Green, Leonard e Blair rappresentano la linfa vitale di questa squadra di vecchietti terribili, ai tre già citati aggiungiamo il veterano Stephen Jackson, il francese Boris Diaw e Matt Bonner, che sicuramente darà del filo da torcere a tutti ma troppo fragile (fisicamente si intende) per arrivare all’ atto finale.