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venerdì 27 gennaio 2012

INDIA PREMIER LEAGUE: IL CALCIO EMIGRA SEMPRE PIU’ A EST……


In principio fu Salvatore Schillaci, famoso ai posteri per essere stato il capocannoniere di Italia ’90, ad emigrare dall’ Italia nell’ allora sconosciuto campionato giapponese per indossare la casacca degli Jubilo Iwata. Per Totò-gol tre anni ricchi di soddisfazioni, diventa anche capocannoniere del campionato, conditi con una J. League vinta e una vagonata di yen finiti nelle sue tasche.
Il Sol Levante, diventato poi meta per sedicenti campioni soprattutto brasiliani, però non vedrà più nessun italiano vestire la casacca di un club del campionato nipponico anche se, a più riprese, il Divin Codino Roberto Baggio fu tentato, visto il suo status di semi-dio per i giapponesi, a intraprendere quest’ avventura senza però esserne mai pienamente convinto.
Se nella terra del Monte Fuji abbiamo avuto un solo emigrante, nell’ immensa Repubblica Popolare Cinese sono stati invece due i professionisti che hanno tentato l’ avventura. Il primo, nel gennaio 2009, è stato l’ attuale presidente dell’ AIC Damiano Tommasi che, dopo una vita con i colori giallorossi della Roma, ha vissuto un intensa esperienza con la maglia del Tianjin Teda Football Club terminando questa splendida favola nel paese più popoloso al mondo con ben 29 presenze e anche 2 reti (una in campionato e un'altra nella Champions League Asiatica). Il secondo e per ora ultimo connazionale sbarcato nella Chinese Super League è l’ ex laziale Fabio Firmani che dal febbraio 2011, rescisso il contratto con la società di Lotito, è sbarcato “sulla Grande Muraglia” per vestire la maglia degli Shaanxi Chanba. Come nel campionato locale di basket anche in quello di calcio gli investimenti si fanno sempre più ingenti infatti nella Lega è appena sbarcato anche l’ ex campione del Mondo ’98 Nicolas Anelka che percepirà dalla sua squadra, gli Shangai Shenuhua la bellezza di circa 10 milioni di dollari annui e anche l’ argentino Dario Conca (ex River Plate), campione l’ anno scorso con i Guangzhou, è annoverato nella lista dei calciatori più pagati al mondo. 

Beccaria con la maglia del Bali
La folta colonia di italiani all’ estero però si spinge ancora più in là visto che due nostri calciatori, proprio negli ultimi mesi, sono andati a svernare addirittura nel campionato indonesiano. Il primo, Raffaele Simone Quinteri, dopo una vita passata a barcamenarsi tra Lega Pro (Igea Virtus e Catanzaro) e calcio dilettantistico, tramite un contatto sul noto social network Facebook, è approdato al Semarang Utd club della seconda città più popolosa dell’ Indonesia; mentre il secondo, l’ attaccante mantovano Alessandro Beccaria, è stato appena presentato alla stampa locale con la sua nuova casacca, quella della squadra di Bali. Sicuramente una drastica scelta di vita ma piuttosto di una vita di precariato nelle nostre serie minori meglio una carriera da idolo, autista personale ottimo stipendio e una nutrito numero di tifosi in visibilio ad ogni tocco di palla, in uno degli stati più belli del pianeta terra.
Giappone, Cina e Indonesia però non sono gli unici posti  dell’ Asia in cui potremo ammirare un calciatore italiano, fra pochissimo tempo infatti debutterà in un campionato del tutto nuovo un giocatore conosciuto in tutto il mondo. L’ ex capitano della nazionale azzurra campione del mondo a Germania ’06 e pallone d’ oro nello stesso anno Fabio Cannavaro, dopo una breve esperienza dorata in Dubai, infatti è pronto a scendere in campo nella Premier League Indiana. Una novità assoluta voluta fortemente dalla Indian Football Association e da una società di eventi locale che, per promuovere il calcio nel secondo paese più popoloso del mondo, hanno organizzato questa superlega. Il campionato sarà composto da sei compagini che saranno impegnate in dieci giornate di competizione da svolgersi tra gennaio e marzo. Le squadre, come negli sport americani, sono come dei “marchi” messi in vendita tra le società investitrici interessate. Per aumentarne l’ appeal e l’ interesse internazionale (vendita dei diritti televisivi in Europa e ricerca di sponsor internazionali) le sei squadre saranno guidate da tecnici stranieri ed ognuna di essere potrà annoverare nelle sue fila un campione conosciuto a livello planetario. I sei tecnici scelti sono: Peter Reid, ex giocatore di Bolton e Everton e mister del Manchester City, del Sunderland e anche della nazionale thailandese (ora affidata a sir Bryan Robson); l’ ex bandiera di Watford e Liverpool John Barnes (ben 79 presenze nella nazionale inglese) uno dei pochi giocatori al mondo ad aver un videogioco intitolato a suo nome (John Barnes European Football ispirato a Euro ’92); il nigeriano Samson Siasia visto in Europa negli anno ’90 con le maglie di Lokeren e Nantes e poi selezionatore della nazionale africana under 20 (con le Aquile ha conquistato un secondo posto ai mondiali giovanili del 2005, in campo c’era il milanista Taiwo, dietro l’ inarrivabile Argentina di Leo Messi) ed anche, per un breve periodo, della nazionale maggiore; il boliviano Marco Etcheverrey, un giramondo del pallone con esperienze in Usa, Cile e Colombia; l’ inglese Colin Todd, vincitore , da giocatore, di due campionati con il Derby Country ed ex allenatore di Bradford, Randers e Darlington; il canadese Teitur Thodarson, ex Vancouver Whitecaps e lo slovacco Milos Rus. 
Cannavaro con la maglia azzurra e la Coppa del Mondo

I calciatori che hanno aderito all’ iniziativa sono, oltre all’ ex bandiera della Juventus Cannavaro: l’ argentino Juan Pablo Sorin, un passato in Italia con la Juve di Lippi e la Lazio di Mancini e in Spagna con Barcellona e Villareal; il connazionale Hernan Crespo (che non ha ancora sciolto del tutto gli indugi) bomber di razza che ha indossato, in Italia, le maglie di Parma (suo club attuale), Lazio, Inter e Milan; il nigeriano Jay Jay Okocha, inserito dalla Fifa nei 100 giocatori di più forti di tutti i tempi, protagonista con la sua nazionale ai mondiali del ’94, ’98 e 2002 e ammirato in Europa con il Paris Saint-Germain e il Bolton; il francese Robert Pires una vita passata nell’ Arsenal di Arsen Wenger e una coppa del mondo vinta nel 1998; l’ inglese Robbie Fowler, bandiera del Liverpool (quarto marcatore di tutti i tempi in Premier League) e diventato famoso per i suoi litigi con gli allenatori (con i Three Lions ha vissuto infatti un rapporto di amore e odio indossando la divisa della nazionale solo in 26 occasioni) e per i suoi investimenti extracalcistici (tra le altre cose è proprietario, insieme all’ ex compagno McManaman, di una scuderia di cavalli) che lo hanno reso il terzo calciatore britannico più ricco.

L’ agonismo e il gioco, oltre a questi ex campioni ogni squadra potrà tesserare solamente altri quattro giocatori stranieri, sicuramente non saranno quelli dei nostri campionati ma nel Bengala Occidentale, una regione che ha oltre novanta milioni di abitanti e dove si svolgeranno tutte le gare della Premier League, l’ interesse verso questo sport è in costante crescita (in India infatti sono approdati in tournee anche il Bayern Monaco e il Blackbourn Rovers) e magari, nel giro di qualche anno, il gioco più popolare del mondo potrà soverchiare le gerarchie interne dell’ ex colonia inglese dove uno sport come il cricket la fa ancora da padrone.
il Bayer impegnato a Nuova Dehli in amichevole con la nazionale Indiana

mercoledì 25 gennaio 2012

WSOP 2011: TRIONFO TEUTONICO AL MAIN EVENT, BRILLANO ANCHE PHIL HELLMUTH E BEN LAMB

6865 iscritti per un price pool di 64 milioni di dollari e un primo premio di “soli” 8 milioni e 700 mila dollari, questi in breve termine i numeri più significativi del main event delle Word Series of Poker 2011. La composizione dei famigerati “November Nine”, i nove componenti del tavolo finale dell’ evento principe, non era mai stata cosi eterogenea: solo 3 infatti gli americani a cui si sono aggiunti un inglese (Sam Holden nonostante sia il primo eliminato si è consolato vincendo un incredibile jackpot da 5,4 milioni di dollari alle slot machines), un ucraino, un cittadino del Belize, un irlandese, un ceco ed un tedesco. Dopo ore e ore di contesa sul tavolo verde alla fine è riuscito a spuntarla, al termine di un bellissimo heads up, il giovanissimo Pius Heinz, ventunenne di Odendorf vicino Bonn, sull’ esperienza del ceco Martin Strazko. Partito molto indietro nel testa a testa finale (117 a 88 milioni di fiches per il cittadino dell’ est europa) Heinz in due mani è riuscito a ribaltare l’ andamento dell’ incontro e ad esultare dopo che il suo A-K tiene il colpo sul 10-7 dell’ avversario nell’ ultima mano di questo lunghissimo ed estenuante torneo. 
Pius Heinz in trionfo dopo aver vinto il titolo

Ma il tedesco non è l’ unico che può esultare in questa edizione delle Word Series. Nei 58 eventi (da maggio a novembre) ci sono stati ben 58 vincitori differenti e gli unici due che hanno potuto aumentare la loro collezione di braccialetti sono stati lo statunitense Jason Mercier (primo nell’ evento 35 di pot limit omaha) ora a quota due e il sempreverde John Juanda (vincitore nell’ evento 16 di draw lowball) che con questa ennesima vittoria raggiunge quota 5 titoli Wsop.
Come sempre gli Stati Uniti d’ America la fanno da padroni e conquistano ben 44 tornei mentre gli “odiati” cugini canadesi portano a casa 4 titoli. I restanti 11 sbarcano invece nel vecchio continente dove la regina è la Francia con 3 braccialetti (uno del famosissimo Bertrand Elky Grospellier) seguita da Inghilterra, Ucraina e Russia che ne portano a casa due. Svezia e Germania si devono accontentare di un solo alloro ma i teutonici hanno conquistato quello più prestigioso. Complessivamente gli USA escono rafforzati da questa edizione delle Wsop perché, anche se per il secondo anno consecutivo non vincono il main event, ridimensionano le ambizioni degli “invasori” conquistando 5 trofei in più rispetto all’ edizione 2010.
Annata da dimenticare invece per  i colori italiani, il nostro tricolore non sventola mai e nonostante grandi ambizioni, dopo l’ incredibile quarto posto del sardo Filippo Candio al main della scorsa edizione, e un nutrito esercito di appassionati e di professionisti ci si deve “accontentare” di un quinto posto al pot limit omaha championship di Dario Alioto (campione del mondo in questa specialità nel 2007) e di un nono posto da parte del pirata Max Pescatori (l’ altro nostro braccialettato) all’ evento 37, quello di H.O.R.S.E vinto dal transalpino Fabrice Soulier. Al main event il migliore dei nostri è Massimiliano Martinez, vincitore del format “The Big Game” e del passaporto per il Napt (North American Poker Tour), che è uscito in cento decima posizione.
Giocatore dell’ anno è risultato Ben Lamb di Tulsa in Oklahoma.  Il giovane professionista ha infatti inanellato una serie incredibile di risultati: primo al pot limith omaha championship, secondo all’ evento 31 sempre di omaha, terzo al main, ottavo nell’ evento 55 e dodicesimo nel 10000 no limit holdem six handed per un guadagno totale di più di 5 milioni di dollari.
Ben Lamb il giocatore dell' anno alle Wsop

Il poker però non premia solo gli emergenti o i più fortunati infatti il 2011 è l’ anno che segna il ritorno sulla scena del mitico Phil Hellmuth. “The poker brat” o “mister undici braccialetti”, questi i suoi soprannomi, è riuscito ad andare per ben sei volte a premio conquistando anche tre ottimi secondi posti (anche se per uno che vuole solo vincere il secondo è solo il primo degli sconfitti) arrivando quindi vicinissimo in più occasioni all’ ambitissimo dodicesimo titolo, una vittoria che lo avrebbe ancora una volta portato nell’ Olimpo dei più grandi di sempre in questo sport. Se il buon Phil può dirsi soddisfatto, l’ omonimo che di cognome fa Ivey, considerato dalla maggior parte degli esperti il più forte giocatore al mondo, invece non è riuscito nemmeno una volta ad andare a premio allontanando ancora il suo ambizioso progetto di trionfare al main (per ben due volte è riuscito ad andare al tavolo finale ma senza mai trionfare).
Adesso bisognerà aspettare la prossima primavera e il sogno di trionfare alla Wsop porterà a Las Vegas migliaia di appassionati sperando che sia la volta buona di vedere il tricolore risplendere nel cielo e un nostro connazionale con al polso il mitico braccialetto di platino….
Phil Hellmuth con la sua collezione di braccialetti

martedì 30 agosto 2011

FREDDY ADU: IL DECLINO DI UNA GRANDE PROMESSA



Fredua Koranteng Adu conosciuto ai più come Freddy Adu è probabilmente il giocatore di calcio americano più conosciuto e sul quale, fin dall’ età di quattordici anni, i media a stelle e strisce e sponsor internazionali avevano scommesso come strumento globale per accrescere l’ appeal del soccer anche nella grande America.
Le sue gesta sul rettangolo verde lo hanno mostrato come un centrocampista offensivo poco più che discreto quando,  le aspettative degli addetti ai lavori, dei tifosi e dei semplici appassionati erano talmente elevate che in molti ne vedevano già l’ erede designato di Edson Arantes Do Nascimiento (in arte Pelè). Probabilmente la sua eccessiva fama è dovuta anche ad un abile e complessa strategia di marketing architettata da sponsor come Nike e Pepsi che vedevano nell’ atleta di colore, nato in Ghana, emigrato in Usa quasi per caso ed esploso in Florida, una “gallina dalle uovo d’oro”, quel mezzo tramite il quale espandere in maniera capillare, anche in una nazione avvezza al calcio, lo sport più famoso e amato del mondo.
Cresciuto nella IMG Soccer Accademy, a Bradenton in Florida, l’ Accademia organizzata dalla Federazione Americana in cui sono esplosi i più importanti calciatori statunitensi (Beasley, Donovan, Onyewu per citarne alcuni), a soli quattordici anni firma, il più giovane della storia, il suo primo contratto da professionista con la formazione della MLS (major league soccer) dei D.C. United la squadra della capitale statunitense. Le sponsorizzazioni stipulate con le due multinazionali gli portano circa 3 milioni di dollari in tasca (secondo una ricerca dell’ illustre rivista Sport Illustrated) e le numerose apparizioni televisive (leggendaria quella al David Letterman Show, uno dei programmi più seguiti in Usa) lo rendono in brevissimo tempo uno dei volti più popolari del continente.
Al suo primo anno tra i pro vince subito il titolo contribuendo (30 presenze e 5 reti), dopo un quinquennio di delusioni, a rendere la squadra di Washington la più titolata nella storia della Major League (4 titoli conquistati). Dopo un triennio nel District of Columbia terminato con 92 presenze e condito da 12 reti si trasferisce nel freddo Utah dove viene ingaggiato dai Real Salt Lake. Nella sua unica stagione nella patria dei mormoni scende in campo 11 volte realizzando solamente 2 reti, un magro bottino che non permette alla squadra di qualificarsi per i play-off. Dopo un ottimo mondiale Under 20 (sconfitta nei quarti di finale contro l’ Austria con gol decisivo dell’ ex meteora napoletana Hoffer), quello disputato in Canada nel 2007, nel quale formava il tridente delle meraviglie insieme all’ ex Brescia Danny Szetela e all’ attaccante dell’ Az Alkmaar Jozy Altidore (10 gol in tre) sembra finalmente essere giunta l’ ora giusta per l’ approdo nel calcio europeo.
Viene infatti acquistato da uno dei club più prestigiosi della Penisola Iberica il Benfica di Lisbona. I lusitani infatti possono fregiarsi di 32 titoli portoghesi, 27 coppe nazionali, ben 2 Coppe dei Campioni (conquistate nel ‘60-‘61 e nel ‘61-‘62) e hanno annoverato nelle proprie fila campioni indiscussi come il portiere belga Michel Preud’homme, il centrocampista mozambicano Mario Coluna e la pantera nera Eusebio.  
Le premesse per far bene c’erano tutte, le prime stagioni da professionista non erano state molto esaltanti, ma la rassegna iridata giovanile aveva mostrato un giocatore rinato. Il ct americano Rongen aveva creduto in lui affidandogli la fascia di capitano e questo attestato di stima era stato ripagato con giocate di ottima fattura, gol (3 alla fine) assist e la consapevolezza che in una squadra dove si sentiva leader poteva veramente fare la differenza.
L’ avventura con le “Aquile” però non si è rivelata tutta rose e fiori anzi le difficoltà risultano subito evidenti. La scommessa della squadra preseduta da Luis Felipe Viera viene ritenuta persa dopo una sola stagione fatta di 11 presenze e 2 reti in campionato e di altre 9 con 4 reti tra coppa nazionale e supercoppa di lega per un totale di 20 partite giocate con un magro bottino di 6 reti. La squadra, tra i suoi compagni il vecchio Rui Costa, Nuno Gomes e Angel Di Maria, termina al quarto posto il campionato dietro anche al non irresistibile Vitoria Guimaraes, viene eliminata al primo girone eliminatorio della Champions e non arriva neppure in finale della coppa portoghese. Oltre all’ allenatore José Antonio Camacho a pagare una stagione fallimentare anche il giovane Freddy che viene spedito in prestito per farsi le ossa, vista ancora la giovane età, e per migliorare il suo impatto con il calcio del Vecchio Continente. Da qui in avanti però ha iniziato una parabola discendente che sembra non avere più fine. Il primo club ad accogliere il giocatore di origini africane è il Monaco ma anche li la fortuna sembra voltare le spalle alla star americana: dieci presenze totali e un mesto ritorno al mittente. Terminata la breve e deludente parentesi nel Principato, nel 2009-10, cambia nuovamente maglia e torna nella Primeira Liga portoghese  questa volta con la casacca bianco-blu della terza squadra di Lisbona, il Belenenses. Anche qui il risultato non cambia e il pubblico dell’ “Estadio do Restelo” lo vede scendere in campo solamente per quattro volte prima di essere rispedito in fretta e furia ai cugini del Benfica. Al “Da Luz”, il campo da gioco dei biancorossi, però non metterà più piede visto che viene nuovamente dirottato in prestito e questa volta per ben 18 mesi. A tentare il rilancio del giovane colored è questa volta l’ Aris Salonicco ma anche con il club ellenico la sorte sarà praticamente la stessa: un flop. Nella Super League Greca scende in campo 11 volte con 2 reti all’ attivo tra gennaio e giugno del 2010 aiutando comunque la squadra a conquistare un posto per l’ Europa League della stagione successiva. In estate il club giallo nero della Tessalonica decide di metterlo fuori rosa per scarso rendimento in modo da aspettare la naturale scadenza del prestito per rispedirlo poi in Portogallo. In questo periodo gira in lungo e in largo l’ Europa allenandosi prima con un club della Zweite Liga tedesca (la serie b), l’ Ingolstadt ’04, poi in Svizzera con il Sion ed infine con il Randers sconosciuta squadra danese allenata dall’ ex gunners John Jensen. Dopo sei mesi di girovagare nel gennaio 2011 trova finalmente squadra, l’ ultima della sua non entusiasmante esperienza oltre oceano.
Termina infatti la stagione nella Bank Asia 1.League, la seconda divisione turca, con la maglia del Caykur Rizespor Kulϋbϋ. La partenza è esaltante e alla terza apparizione col team della città sul Mar Nero sigla subito il gol vittoria contro il Gaziantep. Nonostante un finale in crescendo, 4 reti nelle 11 presenze complessive, la formazione di Rize non riesce a centrare una storica promozione e per Freddy le occasioni di riscatto terminano, per ora, con il mesto ritorno in MLS.
Piuttosto di un continuo girovagare in cerca di scampoli di gloria nei campionati minori europei meglio una nuova vita calcistica nella cara e vecchia America avrà pensato la giovane star del soccer a stelle e strisce e cosi da poche settimane indossa la divisa dei Philadelphia Union allenati in panchina dal suo primo mentore, quel Piotr Nowak che a soli 14 anni lo aveva lanciato tra i professionisti. L’ età è ancora dalla sua, avendo solamente 22 anni, chissà se fra qualche anno, con una nuova maturità e una maggior consapevolezza, potrà ritornare da protagonista in Europa e finalmente dimostrare che non era solo un campione mediatico ma anche un fenomeno sul rettangolo di gioco…

martedì 22 febbraio 2011

L' inchiesta: La Cba cinese come l' Nba...

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando la Cba (Chinese Basketball Association) è stata fondata nel 1995 (la nascita vera e propria della Lega è datata 1956 ma fu quasi immediatamente abolita) ad oggi. Dalla stagione di apertura innanzi tutto sono aumentate le squadre (da dodici alle sedici attuali) ed in più, da qualche anno a questa parte, il campionato si è arricchito di giocatori americani dal passato glorioso e, cosa non da meno, di sponsor munifici e conosciuti a livello globale. La prima azienda a credere nelle potenzialità in termini di visibilità e passaggi televisivi è stata l’ elvetica Infront Sport and Media che ormai da sei lunghe stagioni si è legata alla Lega cinese, mentre dalla stagione 2010/11 il main sponsor del campionato è diventato l’ azienda nipponica Konica. Nonostante l’ effetto legato al basket planetario, dopo le deludenti (per la Nazionale rossa) Olimpiadi casalinghe, e dopo il lungo infortunio della stella dello sport cinese Yao Ming (probabilmente carriera finita per lui) si sia un pochino affievolito, la Cba ha sempre un grande seguito in patria e per un azienda come la Konica, che punta sull’ elettronica, la possibilità di entrare in un mercato immenso in termini di numeri e molto appetibile dal punto di vista del target, dal momento che nella Cina modernizzata il nuovo ceto medio è sempre alla ricerca di nuovi gadget tecnologici, è un’ occasione troppo importante da lasciarsi scappare.

Anche l’ Nba e il suo commissioner David Stern hanno intuito le potenzialità che una nazione abitata dal 19.5 % della popolazione mondiale può avere. Dal 2004 infatti si svolge l’ Nba China Games, una serie di gare estive di esibizione tra le diverse franchigie della Lega americana. Nella prima edizione si affrontarono naturalmente gli Houston Rockets di Yao e i Sacramento Kings. Negli anni successivi sbarcarono in Cina campioni come Lebron James, Dwight Howard e Carmelo Antony. Nell’ ultima edizione, come per chiudere un cerchio iniziato sei anni prima, si sono affrontati in due sfide giocate a Pechino e a Canton, i soliti Rockets e i New Jersey Nets. Negli anni a venire l’ idea del padre padrone della National Basketball Association è quella di far disputare anche veri incontri di campionato in una terra fertile come quella cinese per aumentare ancora gli introiti sia a livello di sponsorizzazioni che di diritti televisivi, se gli incontri tra i giocatori e i proprietari risolveranno la delicata situazione legata ai contratti delle stelle del campionato già dall’ anno prossimo potremo vedere un Nba sempre più globalizzata.
Andersen con la maglia dei Denver Nuggets
La Cba, dal 1995 al 2000, ha vissuto un periodo di transizione, periodo nel quale potevano giocare quasi esclusivamente giocatori cinesi garantendo così un mediocre livello di gioco. Basti pensare che in quegli anni a monopolizzare il campionato erano stati i Bayi Rockets, la squadra dell’ Esercito Popolare Cinese che ha sede nell’ antichissima città di Ningbo, l’ unica formazione che tuttora non ha nessuno straniero nel roster. Nel 2001 gli Shanghai Sharks del gigante Yao Ming, che da due anni venivano sconfitti in finale dai rivali del Bayi,  riuscirono nell’ impresa di togliere lo scettro, dopo sei titoli consecuti, alla squadra dello Zhejiang. Dalla stagione successiva, quella dello sbarco in Nba di Yao Ming scelto con il numero 1 al draft dagli Houston Rockets (primo straniero nella storia), in poi il campionato subisce un netto miglioramento qualitativo con l’ arrivo, facendo il percorso inverso, dei primi americani nel campionato nazionale. A dir la verità il primo giocatore  Nba sbarcato in Asia è stato Chris Andersen che ha fatto però il percorso inverso, è arrivato in Cina da sconosciuto e poi, da quasi dieci anni, è uno dei protagonisti del campionato più bello del mondo. Birdman, così è soprannominato per le sue incredibili doti atletiche, ha giocato nel 1999 con i Jiansung Nanjing Dragons facendo così da pioniere verso una terra fino ad allora “inesplorata” cestisticamente.
I primi ex professionisti a lasciare il segno anche nella Lega Cinese sono stati Laron Profit (una lunga carriera tra Washington e Orlando) che portò, insieme a Yi Jianlian ora ai Washington Wizard, al primo titolo della loro storia nel 2003 i Guangdong Tigers; Lamon Murray ex settima scelta al draft del ’94 dai Clippers e campione nel 2007/08 sempre con Guangdong e Smush Parker, campione cinese per due anni consecutivi nel 2009 e 2010 con la franchigia di Dongguan, e in precedenza compagno di squadra di Kobe Bryant per parecchi anni con i Los Angeles Lakers.
Negli anni a venire quasi tutte le formazioni impegnate nel campionato si sono fregiate di avere nel loro roster campioni affermati: Fred Jones, ex re delle schiacciate all’ All Star Game 2004, 430 incontri ad una media di 7.5 punti a gara con Indiana, Toronto, Portland, New York e Clippers, ha vestito per qualche mese la casacca dei pluri campioni di Guangdong. Steve Francis, più di 500 match disputati in Nba ad una media di 18 punti a gara con Houston, Orlando e New York e contratti da 18 milioni di dollari a stagione, è stato ingaggiato dai Beijing Ducks. Gli Zhejiang Cyclones possono vantare nel loro quintetto due campioni come Mike James (528 gare a 10,5 punti di media tra Miami, Toronto w Washington) e Josh Boone (256 match tutti disputati con i New Jersey Nets). Stromile Swift, scelto con il numero due dai Vancouver Grizzlies nel draft del 2000, ha disputato ben dieci stagioni consecutive in America (Memphis, Houston, New Jersey, e Phoenix le sue squadre) prima di provare l’ esperienza cinese  con la maglia degli Shandong Bulls. 
Marbury con la canotta di New York
Altri ex grandi campioni che giocano attualmente in Cba sono Stephon Marbury, una classe immensa ma un carattere difficile da gestire, 846 gare giocate in Nba con Phoenix, New York e Boston ad una media complessiva di 22 punti e 9.5 assist a gara. Starbury, questo il suo soprannome, dopo una carriera con numeri e giocate da Hall of Famer per il secondo anno consecutivo gioca nella lega asiatica ( la passata stagione è stato votato come miglior guardia dell’ anno con gli Shanxi)  questa volta con i Foshan Dralions. James Singleton, 231 gare in Nba con Clippers, Dallas e Washington e Quincy Douby, tre anni a Sacramento e due con i Raptors, invece stanno trascinando gli Xinjiang Tigers alla conquista della regular season (23 vittorie e 1 sola sconfitta fino ad adesso). L’ ultimo, ma non per importanza, campione di colore che quest’ anno dovrebbe deliziare il pubblico (ha firmato il suo contratto solo a gennaio con gli Zhejiang Lions)  cinese è il mito dei play ground newyorkesi  Rafer Alston. Il funambolico play nato nel Queens, soprannominato da  tutti Skip 2 My Lou, è stato il primo grande streetballer ad approdare con successo nella Nba. I suoi dribbling ubriacanti ne hanno fatto un vero beniamino nelle squadre in cui a militato: Milwaukee, Toronto, Miami, Orlando, New Jersey e soprattutto Houston dove con Yao Ming e Tracy McGrady componeva un trio spettacolare.  
In poco meno di vent’ anni di vita la Chinese Basketball Association ha compiuto grandi evoluzioni: ha attirato sponsor munifici e riconosciuti a livello planetario, richiama nei palazzetti sempre più pubblico (nell’ ultima stagione i fans sono aumentati dell’ 80% rispetto alla stagione precedente), è diventata una sorte di pensione dorata per grandi ex protagonisti dei prestigiosi parquet dell’ Nba e se questa crescita progressiva del campionato e degli interessi intorno ad esso continuerà in questa maniera ancora pochi anni e la Cba diventerà la seconda lega mondiale di basket per importanza.   

venerdì 18 febbraio 2011

Ritratti storici: Ian Rush...un bomber dalle polveri bagnate...


Ian James Rush nasce il 20 ottobre del 1961 a Saint Asaph, paesino di 4000 anime sul fiume Elwy nella contea del Denbigshire in Galles. Proviene da una famiglia numerosa, il padre Francis (operaio alle acciaierie ‘Shotton’) e la madre Doris infatti ‘regalano’ ben nove tra fratelli (5) e sorelle (4) al giovane Ian, dove capeggiavano il culto della tradizione e del rispetto per il prossimo. Dalla sua autobiografia si evince che a cinque anni fu colpito da una forma di meningite che lo costrinse per qualche giorno al coma. Dopo la completa guarigione Ian trascorse un infanzia movimentata, trascorrendo perfino una nottata in prigione:”Con una gang una sera abbiamo rubato in un emporio alcuni distintivi da infilare nell’ occhiello del cappotto. Una bravata. Ci presero. Finii in tribunale, provai un senso di disgusto, ero minorenne e fui rilasciato. Mi dettero due anni con la condizionale. È stata per me una lezione molto salutare”  Da Flint, il paese in cui ha vissuto fin da ragazzo,sempre nel Galles del nord, si trasferì a Chester, cittadina dell’ Inghilterra  confinante proprio con la sua natia terra, dove mosse i primi passi con il pallone tra i piedi.  Con la squadra bianco-blu che gioca le sue partite interne al Deva Stadium rimane fino al 1980, anno nel quale viene acquistato, seppur giovanissimo, per circa 300 mila sterline dal blasonato Liverpool. Con i mitici “Reds” conquisterà qualcosa come 19 trofei in 15 anni. Con la squadre inglese ha vinto infatti ben due coppe dei campioni: la prima nel 1981 contro il Real Madrid di Del Bosque e Camacho al Parco dei Princi di Parigi e la seconda ai rigori contro la Roma. Di quella formazione facevano parte grandi campioni come l’ irlandese Ronnie Whelan (15 stagioni consecutive ad Anfield), lo scozzese Kennie Dalglish (dal 1977 al 1990 con i Reds prima da giocatore e poi come allenatore) e il pittoresco portiere dello Zimbabwe Bruce Grobbelaar (diventato famoso per il balletto lungo la linea di porta che portò agli errori di Bruno Conti e di Ciccio Graziani ed al conseguente trionfo del Liverpool), 5 Premier League, 3 Coppe d’ Inghilterra, 5 coppe di Lega e 4 Supercoppe.  Dopo 7 anni di trionfi, 205 reti in 330 presenze fra campionato e coppe:  la prima contro i finlandesi del Pollosura e  l’ ultima contro il Chelsea e una scarpa d’ oro nell’ ’84, Rush saluta Liverpool e si trasferisce, nella stagione ’87-’88, alla Juventus per l’ esorbitante cifra di 7 miliardi di lire. A Ian l’ Italia piace e alla sua presentazione promette grandi cose: “La Juventus rappresenta un grosso obbiettivo, poiché come il Liverpool vuol dire serietà e stile, successo e tradizione; e siccome so che i tifosi bianconeri ci tengono a vincere una seconda Coppa dei Campioni , farò il possibile per ragalargliene una. Mi auguro che la Juventus, nel 1990, mi rinnovi il contratto per altri due-tre anni. Mi spiace molto che Platini abbia lasciato il calcio, chissà quanti assist avrebbe preparato per me!!!”. “Ho conosciuto l’ avvocato Gianni Agnelli e Giampiero Boniperti, sono dirigenti davvero eccezionali. Il presidente ha sempre voglia di vincere. Non potevo avere stimolo migliore. Come ricompensarli??? Con la musica, sempre gradevole, dei goals” .
Goals che per la verità saranno pochini. L’ attaccante che oltremanica tutti conoscevano per il suo impetuoso fiuto del gol, per la straordinaria scelta di tempo, per il dirompente gioco di testa e per lo scatto bruciante arrivato nel Bel Paese smarrì tutta la sua verve realizzativa. Complice una Vecchia Signora totalmente restaurata rispetto al deludente campionato precedente e quindi con seri problemi di amalgama, ed  aggiunto anche il suo  problematico ambientamento (si dice che fosse un assiduo frequentatore dei pub della città del gianduiotto) si fa presto a capire il perché di un annata alquanto deludente.
Il ”bomber con i baffi” in 40 presenze con la maglia bianconera (3577 i minuti giocati) realizzò la miseria di 13 reti (una ogni 277 minuti!!!). Il suo esordio ufficiale avvenne in Coppa Italia contro il Lecce il 23 agosto dell’ 88 mentre la prima marcatura fu realizzata nel sedicesimi di finale della Coppa Uefa contro i maltesi de La Valletta.  In campionato segnò le sue prime reti il 27 settembre contro il Pescara (la sua vittima designata con 7 gol tra campionato e Coppa Italia) andando poi a segno solamente in altre 5 occasioni. L’ unica rete decisiva, ma di una importanza capitale, la realizzò nel derby del 1 maggio consentendo così alla sua squadra di battere gli ‘odiati cugini’ e di permettere così ai bianconeri di giocarsi il sesto posto, l’ ultimo valevole per l’ ammissione alla coppa Uefa, nello spareggio fratricida del 23 giugno. Quella partita fu proprio l’ ultima  giocata da Rush con i colori della Juventus, infatti,  dopo aver realizzato il rigore decisivo che permise ai suoi di battere il Torino di Gigi Radice, non tornò mai più in Italia lasciando nei cuori dei tifosi italiani non certo un ricordo esaltante della sua breve ma intensa  esperienza nel nostro campionato.
(Rush con la sua migliore amica: una bottiglia di birra)
 La saudade della nebbiosa e grigia Liverpool era troppo forte e i Reds si ripresero a braccia aperte il loro bomber. Rimase nel Merseyride per altre otto stagioni diventando il terzo goleador nella storia della squadra  dopo Roger Hunt (negli anni ’60) e Gordon Hodgson (anni ’30) e lasciando un ricordo indelebile della sua lunghissima permanenza nella città dei Beatles.
Le ultime tappe della sua carriera: Leeds, Newcastle, Sheffild United, Wrexam e Sydney Olympic  non rimarranno negli annali del calcio e così nel 2000, all’ età di 39 anni, Ian decise di appendere le scarpette al chiodo. Chiuso con il calcio giocato, ha accumulato anche 73 presenze condite da 28 reti con la nazionale gallese,  è tornato, nella stagione 2002-03, proprio al Liverpool come preparatore degli attaccanti accanto a mister Houllier. Nel 2004-05 ha intrapreso la carriera di manager  nella prima squadra che lo aveva cresciuto calcisticamente. Con il Chester City, nell’ equivalente della nostra Lega Pro Seconda Divisione, l’ avventura è durata una sola stagione ed ora Rush divide il suo tempo tra il ruolo di commentatore tecnico per Sky Sport e quello di ‘elite performance director’ della Wels Football Trust, la lega gallese di sviluppo dei giovani atleti.
“Dio salva, ma Rush ribadisce in rete” è una scritta a lettere cubitali che si staglia su un muro di Liverpool. In realtà in Italia di portieri e difensori ne salvò molti…